Ottonario, decima e musicalità

La connessione tra poesia e musica è costitutiva di entrambe: tutte le forme antiche di poesie sono cantate. Il canto, infatti, aiuta la poesia a sopravvivere in condizioni di privazione di codificazione. Per musica si intende come “intrinseca strutturazione secondo leggi musicali e non quale semplice destinazione di una melodia”[1].

Fin dall’antichità poetica occidentale, la prima forma di attuazione del discorso poetico è il canto: possiamo vedere, per esempio, che verso del decasyllabe (padre dell’endecasillabo italiano) era destinato alle Chansons de geste e altre forme poetiche che hanno come scopo quello di mettere in versi i tropi; lo stesso ottonario invece era dei “romanzieri” e dei trovatori (che si rifaceva al dimetro giambico) e veniva usato come metro di composizione dell’inno ambrosiano.

In ambito ispanofono, nel 1882 Davillier e Doré nel loro Viaggio in Spagna affermarono l’esistenza di una musica, denominata “punto de La Havana” che implica l’uso di decime che si cantano e ballano nelle feste. Questa strofa era sparita dal punto di vista letterario, ma era sopravvissuta a livello popolare specialmente grazie al canto.

Alcuni osservatori affermano che fu proprio l’ottonario che permise il passaggio dal canto alla recitazione (…), sfruttando anche le diverse funzioni che possiedono la rima. Come sappiamo, gli ottonario all’interno della strofa “espinela” hanno una composizione rimica particolare, ovvero abba-accddc. Ciò aiuta effettivamente il livello prosodico nel far nascere la melodia grazie alle differenti funzioni che la rima possiede:

  • funzione demarcativa, la rima demarca il limite dell’unità metrica e ne rinforza con il suo ritorno e permette inoltre la percezione dell’isosillabismo in versi ritmati specialmente utile per l’improvvisazione, sia strutturante (la posizione della rima descrive la struttura strofica);
  • funzione ritmica, la ripetizione di stessi segmenti sonori in posizioni chiave è fondamentale per il ritmo del testo, associando le parole con la stessa rima, compreso il loro ruolo sintattico nella frase.

El punto cubano – Patrimonio immateriale dell’umanità

Secondo El Indio Naborì la decima è l’arma della controversia fin dai tempi di Francisco de Quevedo, partendo dal suo Padre Nuestro Glosado contra el Rey Felipe. Durante il secolo d’oro, si può vedere  infatti come la modernità letteraria usasse la decima per dare voci ai personaggi del popolo: rissosi, zoppi, ubriachi, monchi, ecc.

Successivamente, nel diciottesimo secolo e nel Neoclassicismo, tutte le espressioni della cultura popolare, compresa l’improvvisazione e l’uso della strofa letteraria, si esaurirono nella Penisola iberica; ma si trasferiscono nel Nuovo Mondo.

 

Elvio Ceci

David Riondino

 

A DON LUIS DE GÓNGORA

 

IN CINNAM

Versìculos in me narratur scrivere Cinna.

Non scribit, cuius carmina nemo legit

(Ex lib. 3. Epig IX. Marcial)

 

 

Dice don Luis que me ha escrito

un soneto, y dico yo

que, si don Luis lo scribió,

será un soneto maldito.

A las obras lo remito:

luego el poema se vea;

mas nadie que escribe crea,

mientras más no se cultive,

porque no escribe el que escribe

versos que no hay quien los vea.

 

A DON LUIS DE GONGORA

 

IN CINNAM

Versìculos in me narratur scrivere Cinna.

Non scribit, cuius carmina nemo legit

(Ex lib. 3. Epig IX. Marziale)

 

 

Dice che don Luis mi ha scritto

un sonetto, e dico così

che, se lo scrisse don Luis,

è un sonetto maledetto.

Alle opere lo rimetto:

presto il poema si veda;

nessun più che scrive creda,

mentre più non si coltivi,

perché non scrivi se scrivi

versi che alcuno veda.

 

 

 

A UN MARIDO QUE CORTÓ LAS NARICES AL GALÁN DE SU MUJER

 

AD MARITUM

Quis persuasit nares abscindere mecho?

Non hac peccatum est parte marite tibi.

Stulte quid egisti? Nihil hic tua perdidit uxor,

Cum sit salva sui mentula Deiphobi

(Ex lib.3. Epig. LXXXV, Marcial)

 

 

 

Quién te persuadió a quitar

al adúltero infeliz

la nariz, pues la nariz

no te puede deshonrar?

Tonto, qué has hecho en cortar

lo que sólo sabía oler?

Nada perdió tu mujer

en esto, si lo has notado,

pues al otro le ha quedado

con que puede volverte a ofender.

 

A UN MARITO CHE TAGLIÒ IL NASO ALL’AMANTE DI SUA MOGLIE

 

AD MARITUM

Quis persuasit nares abscindere mecho?

Non hac peccatum est parte marite tibi.

Stulte quid egisti? Nihil hic tua perdidit uxor,

Cum sit salva sui mentula Deiphobi

(Ex lib.3. Epig. LXXXV, Marziale)

 

 

 

Chi ti disse di tagliare

all’adultero infelice

il naso, una narice

può forse disonorare?

Che hai risolto nel mozzare

ciò che può solo annusare?

Nulla perse nell’affare

tua moglie, se l’hai notato:

tonto! All’altro hai lasciato

ciò che la può ancor violare.

[1] Dante Alighieri, De Vulgari Eloquntia, Napoli, 1979, edizione critica e commentata da Mengaldo.

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