Ottottave 2008: Risultati concorso

L’Ottava – Accademia di Letteratura Orale è lieta di comunicare i risultati del concorso di scrittura poetica “Ottottave 2008”.
Tema del concorso: “Viaggiatori e Viandanti”

Primo classificato - Pietro Perugi, Cantagallo (Po)

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A Cantagallo dicon sia poeta
in vero io non son che dilettante
vivo tra i monti e faccio un po’ l’asceta
e rime certo non n’ho scritte tante
la lingua mia però non resta cheta
di fronte a questa sfida si’ allettante
e dunque con coraggio vengo avanti
a dir di viaggiatori e di viandanti

A viaggiare oggi sono in tanti
si contano a milioni di persone
e non importa che la Terra schianti
per il degrado e la gran polluzione
romban motori sempre più prestanti
che siano a scoppio oppure a reazione
non c’è ormai un posto nel pianeta
che del turista non divenga meta

Non v’è bisogno allor d’un gran profeta
per preveder le infauste conseguenze
siam come appesi a un’esil fil di seta
celo conferman pur le umane scienze
che ben han reso l’uomo qual cometa
sopra quei razzi delle “gran potenze”
ed ogni poco cen’è un che parte
dopo la Luna ormai ci aspetta Marte.

Vi dico allor che sto da quella parte
di quelli che hanno altre aspirazioni
e che magari stanno un po’ in disparte
cercandone altri tipi di emozioni
e possono giocar ben altre carte
invece di girar posti e nazioni
li puoi veder che sembrano a far niente
viaggiatori son ma della mente.

Apprezzo l’uomo quando è ben cosciente
e cerca il senso della propria vita
sapendo che occorre poco o niente
per intuir la vastità infinita
facendo proprio l’attimo presente
capir che siamo in una grande gita
pur c’è una forza intorno a tutto-tondo
che fa girare noi e tutto il mondo.

Vediamo allor che stiamo andando a fondo
del baratro dobbiam salir la china
non so ben come e spesso mi confondo
non so il futur che cosa ci destina
ma vedo intorno tanto c’è d’immondo
l’umana civiltà mi par declina
però un’uscita son sicur ci sia
se la seguiamo una miglior via.

Spero che non pensiate alla follia
se le paleso queste mie parole
ma è una certezza sento questa mia
ormai m’è chiara quanto è chiaro il sole
e attento sto a evitar l’ipocrisia
in cui ormai la gente viver suole
e sembra non averne mai abbastanza
di ciò che in fondo non cen’ha inportanza.

Voglio cantarla infine una speranza
possa il viandante uman frenar la corsa
che fa pensando solo alla sua panza
oppur per ben riempirsela la borsa
e che a tal fine cessi la mattanza
com’è successo fino all’ora scorsa
su nuove strade vada pellegrino
non servo ma padron del suo destino.

Secondo classificato - Francesco Vasarri, S.Giovanni Valdarno (Ar)

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Ora, raggiunto il tempo dei venti anni,
mescolo gli occhi al sole che tramonta
facendo spunta dei passati danni.
Giorni duri, di crisi e di rimonta,
mesi di noia, di ovvietà, di affanni,
anni tremendi di cui far la conta;
e stagliata più in là come miraggio
l’ipotesi futura del viaggio.

Per ora non ho preso che un assaggio
di questa vita e già conosco bene
le sue richieste in dignità e coraggio;
le rare gioie di dolcezza piene
sminuite da un fragile passaggio
vasto di canti e fiamme nelle vene,
quasi che fosse tutto il nostro andare
sempre perso tra battere e levare.

Come navi racchiuse dentro il mare
sorgono ad uno ad uno i miei pensieri:
prima però che li possa guardare
tornano indietro negli spazi neri
della coscienza a farsi consumare
dalla mia voglia di mutarli in ieri;

e questo giorno che pian piano muore
mi lascerà viandante o viaggiatore?
Intendo, getterò questo mio cuore
come una freccia lungo le distanze,
oppure, lento, senza far rumore,
calcolerò precise costumanze
di cui armarmi sì che il malumore
non mi respinga in fondo alle mie stanze?

Grande l’arcano, ancor più la paura
di ritrovarsi tra le stesse mura!
L’ultima meta, certo, è già sicura,
però le tappe che stanno nel mezzo
hanno nel dubbio la propria natura;
lanciarsi allora, pezzo dopo pezzo,
verso un istante eterno d’avventura,
senza industriarsi di trovare il mezzo
con cui tenere in ordine la mente,
le rese o le pretese della gente.

Forse, però, sarebbe più prudente,
proprio perché la vita è un gran mistero,
darsi più mappe e più risposte attente;
muovere il passo sopra ad un sentiero
dopo aver visto che, sicuramente,
si tratta del più giusto e del più vero,
di quello che, nel caso del ritorno
non ti darebbe rischio alcuno o scorno.

Mentre penso così, tutto d’intorno
si allungano le vesti della notte
quale sudario del trascorso giorno.
Nelle colline si accendono lotte
di luci e fuochi ed io faccio ritorno
alla corrente, al giro delle rotte
da cui prese la forma e la sostanza
questa mia voglia, ancora, di speranza.

E di domande allora ne ho abbastanza,
risposte certe non vorrei trovare:
tutto d’intorno mi circonda in danza,
s’apre cammino in terra, in cielo, in mare
e non sarà l’istinto o la costanza
a darmi guida scelta per l’andare,
ma la ricchezza della strada stessa
persa nel mondo come una promessa.

Terzo classificato - Ennio De Santis, Tuscania (VT)

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Era sera, nell’ora che si oscura,
partii in cerca di un punto che fa degna
l’anima d’esser tale, creatura
che, monda, al divenire si consegna.
Uscito fuori dalle antiche mura,
un cieco mi sentii, cui sa che regna
oltre il suo buio, luminosa pista
e va lungh’essa ad invocar la vista.

Tentoni mossi il piede alla conquista
di un mondo fuori, un altro entro me stesso.
Pensavo: “Dove andrò? Che Dio mi assista,
nel mio presente e in ciò che viene appresso
e che mi salvi da ogni azione trista;
ma temo d’incontrare il mio riflesso”.
E così fu. Io non trovai in viaggio
un punto, un messaggero e né un messaggio.

E dovetti piegarmi, a ogni passaggio,
a tanto male che non sto a ridire.
Ho ancora, gli atti, orribile il linguaggio,
in me, di lor che infliggono il patire,
che senza indugi adottano l’oltraggio,
che vanno contro tutto ad infierire.
Mondo violento, al quale aggiungo anche:
droga, rapine e tratta delle bianche.

A tale vista le pupille, stanche
d’incontrare nient’altro che sfacelo,
furti, uccisioni riuscite franche,
strinsi e rivolsi, come a dire al cielo:
“Questa è la meta, l’uomo? Le sue branche
son le mie mani? Io solo amore anelo”.
Crollai. Risorsi e presi altro cammino.
Ora sono su quello: è del destino,

ché sulla fronte, in bocca del mattino
mi ride, in cenno di saluto, il sole.
E a me, che il male visto ho ancor vicino,
escono, a lui in risposta le parole:
“Tu, lume che risplendi, occhio divino
sul mondo, e guidi ove  fortuna vuole,
dammi luce: quel fuoco che zampilla
sul cuore, e l’ombre scioglie, ed esso brilla.

Fammi parte di te, fammi favilla
scintillante su granuli di umori
che la rugiada sopra l’erba stilla
e sulle chiome e sulle bacche e i fiori.
Fa’ penetrare nella mia pupilla,
dell’eterno ripetersi, i colori
e falli prede, esposte alla cattura
‘ch’io li raccolga in forme di pittura”.

Sono tornato nella mia pianura.
Mi ha portato il destino ai luoghi amati.
Mi vedo entro un’azzurra velatura
che mi ricorda l’utero. E i belati,
e i canti degli uccelli, in aria pura,
e i muggiti e i nitriti per i prati,
sento vagiti. E affondo le mie dita
nel ventre della madre terra, avita.

Terra Maremma dentro me scolpita.
Amo di lei qualsiasi lembo, i doni.
Amo la gente mia. Amo la vita
nelle campagne, i pascoli, i covoni,
tra le bestie in amore alla bandita,
lungo i raccolti, in grembo alle stagioni.
Canto l’amore ed amo arte e cultura.
Dipingo gli animali e la natura.

Premio speciale della Giuria - Piera Teatini, Milano

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STRADE PARALLELE S’INCONTRANO ALL’INFINITO
VERSO LE DIECI DI MATTINA

Sul ridente cammino di Santiago
è implacabile il sole a mezzogiorno:
sulla via son due mesi e più che vago
l’altipiano è rovente, un mezzo forno
d’avventure il mio spirito è già pago
per distrarmi dall’afa guardo intorno:
quanti umani col sacco in varia posa
ho incontrato, e oramai conosco a iosa.

L’attempato ingegnere di Tolosa
caracolla con piede assai guardingo
ha adocchiato da tempo una morosa
ma tombeur de femmes no, non me lo fingo:
niente sprint, zero aura coraggiosa
quasi quasi stasera un po’ lo spingo
se fa moto dì e notte almeno in pista
faccio felice lui, e il suo analista!

La cathedral, sa dirmi quanto dista?
mi sussurra con garbo un lord inglese…
oh by Jove, si presenta: è camionista
ma di modi è sì lieve, sì cortese
tanto angelico e placido alla vista
che la scena fin d’ora mi è palese:
giungerà senza un filo di sudore
fino al tempio, lodando il Buon Pastore.

Come scorrono agili le ore
mentre passo su passo Maria canta:
fa vibrare ogni sasso, foglia, fiore
dalla polvere innalza gente affranta
par che alla brezza stessa dia vigore
quando sprizza la luz de la garganta
come, gitana, chiama ciò che brilla
nel raggiante gorgheggio che zampilla.

Mi ricorda Magilla, sì, il gorilla
un ex hippie tarchiato di Bologna
la loquela però scatta, sfavilla
e il discorso pindarico trasogna…
pellegrino che segue una scintilla
dopo gli ’anta è cangiata la bisogna:
Sex’n drugs, rock’n roll, rivoluzione?
ho già dato, ora bramo redenzione!”

Ma ben altro è il fulgido campione
che mi occhieggia sornione di lontano
non è solo un gran pezzo di guaglione
falcata lunga, chioma biondo grano
mi legge ‘Salsicciaio e Paflagone’
ogni sera in locanda, cuore in mano:
con lui sganascerò, se me lo sposo
fino (ed oltre) alla casa di riposo.

Ora il morso del sole, prima iroso
non arde più, il caldo è mitigato
e il tragitto per molti faticoso
sfuma limpido in un tramonto ambrato…
ceno qui, il menu pare gustoso
pane fresco, patate col brasato
sognerò poi le stelle, e la discesa
che domani ci attende, tanto attesa.

Mette l’ali, la strada più non pesa:
seppur non vola, scivola il viandante
mentre sciama con tanti nella Chiesa
compagnia d’ogni credo insieme orante…
nell’incenso anche l’epoca è sospesa
aleggia da otto secoli costante:
!o milagro! di spazio e tempo è mago
il san Jacob Mayor, detto Santiago!

 


Gli altri finalisti

Alberto Fierli, Grosseto

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Dell’uomo l’esigenza è sempre stata
migliorare le proprie conoscenze
su questa terra ostile e inesplorata
tramandar della vita esperienze
la strada molto spesso funestata
da insidie di nemici o pestilenze
non gli eroi potenti ed importanti
ma umili mortali: i viandanti.

Son persone davvero ben pensanti
han cercato nei popoli la pace
da questo hanno tratto i loro vanti
la storia tramandata non lo tace
il credo è dovere andare avanti
messaggio che davvero non dispiace
sconfiggendo paura e timori
hanno indicato mete ai viaggiatori.

Noi oggi ci spostiamo coi motori
lontano sono ormai questi viandanti
adesso siamo tutti viaggiatori
con viaggi assai meno emozionanti
e ci muoviamo spesso da signori
arriviam in alberghi strabilianti
il tutto è già stato programmato
ma sfuggon le bellezze del creato.

Ma il mondo risulta già svelato
dai viandanti che c’hanno preceduto
dal viaggiatore è stato ereditato
il mondo di quel fascino perduto
anche il tempo sembra un po’ violato
distanze brevi come uno starnuto
dello spazio l’uomo è il nocchiero
anche lì ha tracciato il sentiero.

È un fatto davvero lusinghiero
non so se definirlo una fortuna
immaginate voi un forestiero
che s’appella viandante della luna
allora ecco qua il mio pensiero
dobbiamo riempire una lacuna
se l’uomo vorrà essere maturo
sarà il viandante stemma del futuro.

Per entrambi emerge un lato oscuro
la conquista di popoli sereni
in quei luoghi hanno eretto un muro
imposero giustizia senza freni
parlar bene è forse più sicuro
hanno sottratto tutti i loro beni
e questa dunque è stata l’ambizione
che l’uomo ha chiamato evoluzione.

Hanno giustificato ogni azione
in nome del progresso e della scienza
imposto leggi e pur la prigione
a chi si oppone all’obbedienza
lo so è un po’ dura l’opinione
esiste anche la riconoscenza
aiutar il fratello disgraziato
affinché non si penta d’esser nato.

Con l’ottottave ho esagerato
ma l’uomo ha sconvolto l’esistenza
sfidando ogni luogo del creato
e la natura nella sua possenza
il bene e il male l’hanno accompagnato
ha trovato la pace e la violenza
in questo mondo scrigno di valori
onore ai viandanti e ai viaggiatori.

Giampiero Giamogante, Roma

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Nella prima ottava descrivo l’argomento, nelle sette successive ho cercato di raccontare alcuni personaggi della storia, senza citarne il nome, protagonisti di viaggi, mitici o reali.

Nell’arco della storia, quanti viaggi
son stati fatti intorno al mondo?
nomadi tribù in luoghi selvaggi
lontani racconti in sottofondo.
E i viandanti per città, villaggi
fanno l’argomento assai fecondo
in sei ottave ne canterò la gloria
senza dire l’attore della storia.

Voglio iniziare questa cronistoria
dall’Odissea, testo che Omero scrisse
per lasciare a noi tutti la memoria
di chi a Polifemo il buio inflisse:
Re d’Itaca che dopo la vittoria
su Troia altre avventure visse:
Nausicaa, Atena, Circe l’indovina
e la città di Ismaro in rovina.

Ora parlo di Te Madre Regina
che ascoltando l’Arcangelo Gabriele
cinta dalla “crisalide divina”*
sfuggisti la condanna più crudele**
viandante con Giuseppe in Palestina
con Te la nostra stirpe alzò le vele
e verso te s’inchina riverente
Vergine Madre tutta la Tua gente.

Il primo viaggiator che da occidente
lasciò Venezia ed arrivò al Chatai
conobbe gli usi dell’estremo oriente:
le geische, la muraglia i Samurai.
Descrisse nel Milione attentamente
tutto l’impero del Gran Kubilai
vide gran parte dell’allor pianeta
viaggiando sulla strada della seta.

Ed or per Te, mio Sommo Poeta
che dei morti visitasti il regno
fino a contemplar l’Anacoreta
geomètra dell’altissimo disegno.
Mai opera fù così completa
ne viaggio scritto con un tale ingegno
sei tu la “filosofica famiglia”
emozione in cuor ancor suscita e piglia.

Ed ora un marinaro di famiglia
che l’orizzonte non riuscì a capire
davanti al mare grande miglia e miglia
perché le navi vedeva scomparire
chiese ad Isabella di Castiglia
di poterLe provar tutto il Suo dire.
La convinse mettendo in piedi un uovo
e per sbaglio approdò su un mondo nuovo.

Dinanzi alla grandezza mi commuovo
ed arrivo a dir dei giorni nostri
la nazione di cui il fare non approvo
se è vero quel che fece…. lo dimostri.***
Ma a te astronauta ti promuovo
primo fosti lassù. Par che ti prostri
sulla Dea luna fosti viaggiatore,
sull’eterna sentinella dell’amore.

Ma lui a cui più va il mio favore
non ha raggiunto le mitiche mete
anche se con fatica e con dolore
corre quelle strade assai consuete
ed ogni uomo, ogni lavoratore
sa quanto è duro togliersi la sete
per te che vivi ogni giorno con coraggio;
viandante della vita, eterno viaggio.

* Gesù Bambino. Il corsivo è un verso del Poeta estemporaneo Virginio Di Carmine.
** La lapidazione.
*** Mi riferisco alla polemica sulla veridicità dello sbarco sulla luna.

Giovanni Kezich, Bolzano

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Di tutti i viaggiatori e dei viandanti
che corrono le strade del pianeta
mestier non v’è peggior tra tanti e tanti
né più vano di quello del poeta
quando accozza que’ versi rantolanti
e s’affanna già in vista della meta
mentre vediamo come se la cava
con il compito di chiudere l’ottava.

Dai dì che tuttavia Berta filava
o dai bei tempi dei garibaldini
dall’era della rava e della fava
all’evo medio di Guelfi e Ghibellini
eravi ognor qualcuno che cantava
le gesta di que’ mori e paladini
e le avventure di cavalleria,
di Ulisse, di Tancredi, della Pia.

Oh, sorte incapricciata, sorte ria
facesti all’uomo un dono tanto strano
con quel brilluccicare di magia
che mai non si potrìa toccar con mano:
un sogno, una chimera è la poesia,
eco lontana di un antico arcano
specchio riflesso della verità,
fata morgana o fòla: chi lo sa?

Ecco allor che il sacro fuoco brucerà
sotto ai calzari degli antichi aedi
che si spostavan di città in città
con il classico prurito sotto a’ piedi
e la stessa inquietudine sarà
dei poeti piccini grandi e medi
per non parlar del vate più importante
che ognor su l’altrui scale fu migrante.

Ma Ovidio ebbe l’esilio oltreché Dante
Petrarca lo scalò il Monte Ventoso
Ariosto, ch’è non meno interessante
in Garfagnana ste’ gran tempo ascoso.
È il Tasso poi che ne passò più tante
per quella forma rara di nervoso;
di Foscolo il destino a tutti è noto
che morì a Londra, in un sepolcro vuoto.

S’è vero quindi che in perpetuo moto
ogni vero poeta è claudicante
è vero pure che a siffatto voto
si rifarà ogni vero bernescante:
di tutti questi citerò il più noto
Edilio, che faceva l’ambulante
tra i poeti della piazza del mercato:
Arezzo Roma Tolfa Pisa e Prato.

Di viaggiatori il mondo s’è affollato
ma dei vecchi viandanti non v’è traccia
viaggia il turista, viaggia lo scienziato
viaggian gli sposi, e che buon pro gli faccia
ma sull’antico tratturo abbandonato
un pastor più non v’è, piaccia o non piaccia
riposa già il caval di San Francesco
senza più briglia, sella, carro o desco.

È ora col finale che vi mesco
l’ultima ottava delle conclusioni
volendo qui siglare l’arabesco
con le ultimissime considerazioni.
Erba non son che col caval io cresco
e di rimaggio ancor prendo lezioni
piacciavi riguardare questa mia
se c’è un qual briciolino di poesia…

Lucia Lorenzini, Sovicille (SI)

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Che tempi belli quelli dei viandanti,
la parola turismo ancor non c’era,
ed a viaggiar non erano sì tanti,
come si usa oggi, in fitta schiera.
L’unico rischio erano i briganti,
ed era meglio non partir di sera;
a piedi e col pericolo dei calli,
attraversavan boschi, monti e valli.

I viaggiatori invece coi cavalli,
con le carrozze oppure con le navi,
pativano senz’altro meno stalli,
ma avevano anche loro giorni bravi.
Con il mare in tempesta, sai che balli,
se la vettura aveva guasti gravi,
se il cavallo soffriva un cedimento,
il viaggio diventava un patimento.

Esser viandante era un gran cimento,
se pellegrino, il viaggio ti spossava,
per arrivare in tempo nel convento,
o a Roma, la città che si agognava.
Con un fardello in spalla e a passo lento,
nelle locande ci si riposava,
ma capitava ai più sfortunati,
di dormire all’addiaccio, in mezzo ai prati.

Gli esploratori i poeti o gli scienziati,
che del viaggio facevano mestiere,
giravano paesi e ignoti stati,
desiderosi sempre di sapere.
Poi scrivevano libri e anche trattati,
parlavano di scienze e di chimere,
portando un contributo assai valente
all’arte e alla cultura della gente.

Il viandante viveva più umilmente,
non aspirava a tanta conoscenza,
gli bastava avanzar tranquillamente,
la prima dote era la pazienza.
Che andasse a raccontare tra la gente
gli avvenimenti, o a vendere un’essenza,
il cantastorie o il medico ambulante
dovevano aver tratto accomodante.

Il viaggiatore spesso era un amante
dell’arte o delle cose più nascoste,
di sollecitazion ne aveva tante,
ai dubbi suoi cercava le risposte.
Magari era un poeta delirante,
o visitava sconosciute coste;
o gli veniva la grande intuizione:
scoprir la legge dell’evoluzione!

Ma al giorno d’oggi manca la nozione
del tempo come dono da sfruttare,
viviamo preda dell’agitazione,
non si è capaci più di immaginare.
I viaggiatori più non han lo sprone,
ora non c’è più niente da esplorare,
e tra moto, automobili e tranvai,
andare a piedi può portare guai.

Come consolazion restano ormai
i libri che ci parlan di quei fatti;
la storia ancora ci appassiona assai,
ché dal passato siamo sempre attratti.
Se con la mente indietro anche tu andrai,
dell’esistenza umana negli anfratti,
sicuramente troverai l’ardore,
che spronava il viandante e il viaggiatore.

Emilio Meliani, S.Maria a Monte (PI)

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Rifletterò e usando fantasia
dirò chi possa esser un viandante:
è uno che andante va per via
mèta imprecisa, si può dir ambulante.
Percorre scanzonato quella scia
che di person ne fa conoscer tante;
son fatue conoscenze in modo vario
e fisso non è mai l’itinerario.

Invece chi viaggia ha il suo diario
nel viaggiar esercita un mestiere;
nella sua mente tiene un calendario
per al meglio compier il suo dovere.
Con navi, pullman, tram o su un binario,
in tempo antico era un cavaliere,
marcia veloce verso un punto dritto
e col suo viaggiar ne trae profitto.

Tra l’uno e l’altro no, non c’è conflitto:
entrambi hanno in lor pianto e sorriso,
come comporre versi con lo scritto
oppur cantarli estrosi all’improvviso.
Forse quel viandante è meno afflitto,
da pensier di denari è meno intriso;
al bisognoso può dare una mano
come un dì fece il Buon Samaritano

C’è chi viaggia e vuole andar lontano
accresce sempre più la conoscenza,
poi dell’ignoto svelerà l’arcano:
il non saper lo crede penitenza.
Nel diventar asiatico o africano
può incappar in qualche pestilenza;
nel viaggiar Ulisse fece abuso
ma il mare sopra lui poi fu richiuso.

Colui che va per via non guarda il fuso
non prenderà l’aereo domattina:
s’alzerà sonnacchioso come è d’uso
e andrà dove il fato lo destina,
ma giuro che non critico od accuso
chi seguirà la stella mattutina;
chi ‘l fegato da fretta non si rode
osserva il mondo, l’ama e in sè ne gode.

Ognun di noi ha un angelo custode
creatura di Dio divina e saggia…
se gli daremo ognora onore e lode
cura si prenderà di chi viaggia.
Chi fermo sta, nel lungo andar poi esplode,
il bel sapere biasima ed oltraggia;
come aquila real spicchiamo il volo
ed esempio prendiam da Marco Polo.

Se siamo in buona fede, non c’è dolo…
viaggiar per lavoro o per le ferie
delle nazioni poi esplorare il suolo,
i perigli sfidando e le intemperie,
fai pur! io con meno mi consolo!
Ovunque andiamo ahimé, quante miserie
ma se non c’è egoismo, o mio figliolo,
possiam portare ovunque un contributo
e a chi soffre amore e un po’ d’aiuto.

Siam tutti mescolati in un imbuto:
l’uscita è stretta stretta ed è una sola,
chi esce prima agli altri da’ un saluto
e lor ricorderan chi in cielo vola.
Il viaggiare rende l’uomo acuto
ovunque andrà potrà poi fare scuola;
il cuor che accoglie della fede il raggio
non ha timor dell’ultimo viaggio.

Lorenzo Michelini, S.Giovanni Valdarno (AR)

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Si alzino le vele e via gli ormeggi
O chiudi il tuo fagotto con il nodo
Se il passo della vita più non reggi
Fiato ai motori e poi trova tu il modo
Il ragno tesserà la rete ai seggi
E mordo il freno così lo corrodo
Che sia la strada dritta oppure torta
Si prenda il via del resto poco importa

Si chiuda alle tue spalle un’altra porta
Non certo per quel refolo di vento
C’ha dato il fiato ormai all’ultima scorta
E sai che non potrà farti contento.
Qualcuna del tuo lascito s’è accorta
Eppure anche se preso da sgomento
Riempi le narici a nuova brezza
Aria di novità che intorno olezza.

Si preferisce il vuoto alla pienezza
Sfidare l’alea e vada come vada
Disperdere nel nulla la dolcezza
Di lei che amor nutrì con umil biada
Svogliato rintuzzavi la carezza
Stolto, saprai, ma corri nella strada
Sclerotico, vetusto d’emozioni
Poco a servir saria le spiegazioni

Non puoi ascoltare le consolazioni
Non puoi fermar del fremito il tormento
Seguivi a scuola il volo dei rondoni
Oggi il casello oppur lo smistamento
Che danno il passo alle tue posizioni
Danno misura del tuo spostamento
Quando il cor sente che casa l’affitta
Dritto o di sbieco ma alla porta slitta

E’ come sentinella alla garritta
A certa gente il viaggio è fatto apposta
Da soli fan la strada poco dritta
Dategli da portar qualunque posta
Che dolce ha il sapore la sconfitta
Non usi a quell’allor, ma alla batosta
Muova la gamba o sieda inoperoso
Ritma l’andare all’astro più focoso

Sovviemmi in questo il capitan ombroso
Che un solo arpion tenea giù dalla schiena
Cacciò chi fama avea di minaccioso
Senza color parea quella su’ pena
Col dardo alla gigante sfida oso
Finchè il sifone sputi solo rena
Resta l’ardore nei nostri racconti
Chi la freddo mar col mostro fece i conti

E l’altro a cercar d’Ercole quei ponti
Con mente fitta ma con rada schiera
Dette tant’acqua a famose fonti
Quello d’essenza d’omo avea criniera
Se fu guidato allor da giuste fonti
Da chi narrò di vita la filiera
Nel legno di cavallo avea la croce
Nel fiume entrò ma ancor cerca la foce

E ormai che il passo non è più veloce
Che appena al predellin ginocchio trema
Di più colori è fatta la tua voce
E al giovincello dici che non tema
Và senza fretta tanto il mondo un’scoce
Da ogni tuo motto fa che il sapor gema
Che fermo o in periglioso lungo viaggio
Il Grande Cuoco ti farà l’assaggio

E pure tu, che hai pretesa di saluto, parrebbeti strano…. forse
Ma un’ fosti fatto a viver come bruto

David Mitrani, Siena

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LETTERA EXTRACOMUNITARIA

All’inizio partire soltanto era,
figliolo mio, un canto, una magia;
era ancora ogni addio una bufera
recitata con lacrime e bugia.
Ma chi avverte del viaggio la scogliera,
il naufragio velato, l’agonia
di trovare nel mondo forestiero
il ricordo come unico scudiero?

Tra i fuochi che mi scaldano il pensiero
rimangono splendendo dalla brace
le riprese del tuo ricordo intero
e la tua voce che ogni tanto tace.
Evocarti mi rende più straniero,
mi scura il verbo, eppur mi fa loquace,
ma se ti spengo, dalla brace spenta
mi bruci ancora con carezza lenta.

Se tu fossi con me dove si assenta
tutto quello che attorniandoti c’è,
quella mancanza semplice e violenta
sarebbe sempre più grande di me.
Capisci allora che il destino inventa
un altro prezzo che non c’era, che
si fa pagare un amaro pedaggio
quando non ha ritorno il nostro viaggio.

Puoi dirmi che non ho tanto coraggio
che non è grande l’esempio che dò,
da parte mia non aspetto omaggio
perché forza d’eroe non avrò.
Cosa sono in questo pellegrinaggio?
Viandante o viaggiatore? Che ne so.
Certe volte mi sento un topolino
arrivato alla festa d’un felino.

Siena, Roma, Genova, Torino,
Napoli, Firenze, Milano, Pisa,
un po’ di Parigi, un po’ di Berlino
t’ho inviato a pezzi con foto e risa.
Hai visto quanto è tutto più carino
della nostra Avana torrida e lisa?
E nonostante ciò, tanta abbondanza
mi fa sentire più la sua mancanza.

Sono i sassi che a volte la distanza
scaglia contro la testa della gente
per far capire che la rimembranza
non si punisce generosamente.
Perciò non so, se quando scrivo a oltranza
sulla vita che ho lasciato pendente,
mi godo il sollievo della scrittura
o la gioia strana di una tortura.

Come faccio a indurire l’armatura
se in ogni cosa e frase ci sei tanto:
mera goccia di luce che perdura
e perfora la calma del mio canto.
Come faccio a coprire la fessura
da dove arriva il sole con te accanto
a indebolirmi l’alba del ruggito,
senza sentire di averti tradito?

Oggi ho scoperto che avrei preferito
nascondermi dal colpo della pioggia,
sentire il suo galoppo inferocito
e la tua testa quando in me si appoggia;
che sono —oltre al cubano divertito
che trova sempre la scherzosa foggia—
la spina presuntuosa dell’ortica,
un brivido, uno stelo, una formica.

Fabio Pratesi, Piombino (LI)

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Favellar di viandanti e viaggiatori
duro certame è per la fantasia.
Sboccino alfin le rime come fiori
e in arte si tramuti la maestria.
Che siano i versi splendidi colori,
leggiadre note d’una melodia.
In questo cimentarmi nei viaggi
l’ispirazion m’illumini di raggi.

Alcun si muove sol nei suoi paraggi;
altri raggiunger vuol mete lontane;
viaggiar si può perfino con messaggi,
con il pensiero o in altre forme strane.
Si fondono in cammin cretini e saggi;
da soli, insieme e chi con il suo cane.
Da un proprio impulso ognuno è motivato:
amore, sogno o pane assicurato.

Qualcuno a volte non è più tornato,
per altri lidi incontro alla sua via;
dal nuovo e sconosciuto contagiato,
da ciò ch’è ignoto e dalla sua magia,
pian piano le radici ha abbandonato
nel suo conflitto con la nostalgia.
L’animo che in Ulisse vide Dante
il viaggiatore muove ed il viandante.

Offresi l’avventura quale amante
che ti conquista con la sua passione;
nessun viaggio appar dunque pesante;
vince sulla fatica l’emozione.
Qualsiasi storia allor pare importante;
l’animo vola come un aquilone.
Nell’aer si spande quel soave odore
di cui il viandante è intriso e il viaggiatore.

C’è chi viaggia per diverse ore
con propri mezzi o gite organizzate;
chi esperto s’improvvisa esploratore
terre a raggiunger incontaminate;
chi corre a mostrar farmaci al dottore
per gite avere poi sponsorizzate.
Ha il viaggiatore sempre un obiettivo,
una ricerca per sentirsi vivo.

Trepido attende l’ora dell’arrivo,
che sia con l’auto, in treno o in aeroplano;
od in crociera navighi giulivo;
che debba andar vicino oppur lontano.
Sempre più dotto sentesi e sportivo
come se il mondo avesse in una mano;
ed è bello poter poi raccontare
escursioni, esperienze e cose rare.

Il viandante, nel suo peregrinare,
mai definito sente il suo cammino;
non ha indirizzi il suo vagabondare,
sia mistico, pezzente o pellegrino.
Se dentro un gelo ostacola il suo andare
un’osteria lo attende e il suo buon vino.
Con spirito sereno andare suole
della fatica a sostener la mole.

Si riposa lo sguardo dove vuole;
lieve fardello la fedele borsa;
anche se consumate son le suole
gli è cara quella strada sua percorsa.
Intender sa quel tramontar del sole
e la dolcezza penetrar dell’Orsa.
Se di esperienze è ricco il viaggiatore
ricco il viandante è lì, dentro il suo cuore.

Silvano Rocca, Bologna

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Stanchi di Bice Dalila Drusilla
di Cleofe Artemisia Agnese Pia
di Carlotta Matilde Petronilla,
Anselmo Guido Piero Ivo Mattia
Gaspare Leo Dario Artemio Silla
voller sfuggir la femminil iattura
partendo una mattina alla ventura.

Volte le spalle alle torri e mura
della città che a lor diede i natali
e lasciate le mogli senza cura
come per porre fine a tutti i mali
i dieci cominciaron l’avventura
di ricercare terre più ospitali
non per avere tornaconto e gloria
ma poter giorno e notte far baldoria.

O pensiero fallace, o vanagloria
che li spronò ad intraprender viaggio:
d’incauti passi è cosparsa la storia
la loro fu follia più che coraggio
non arride agli stolti la vittoria
che lo scopo dell’uomo è d’esser saggio.
Ma seguiamo i tapini da vicino
nel periglioso e triste lor cammino.

Per uno strano scherzo del destino
nell’alloggio fatal di una locanda
ebbri e storditi per il troppo vino
mentre inermi giacevan sulla branda
dei loro averi fu fatto pien bottino
dalle rapaci mani di una banda
che soltanto da donne era formata
brigantesse di vita malfamata.

Seguir la via fu cosa disperata
furon tosto costretti a mendicare
ma la questua non era tollerata
e dagli sbirri si fecer carcerare;
rinchiusi in cella a doppia mandata
non c’era verso di poter scappare.
E per di più facea da carceriere
uno stuolo malvagio di megere.

Da quelle odiose e luride galere
furono mandati poi a lavorare
come garzoni in signoril podere
lì c’era sempre la schiena da piegare
per mettere nel cesto mele e pere
mentre ridendo stavano a guardare
le contadine poste in bella schiera
e li chiamavan avanzi di galera.

Passava il tempo e di mela in pera
cresceva il lor dolore e lo sgomento
pensavano al presente e a quel che era
macerandosi insieme nel tormento.
Chi soffre ben si sa ognora spera
che abbia fine il proprio nocumento.
Dal re arrivò un giorno in quella villa
la grazia chiesta, con questa postilla:

“Gaspare Leo Dario Artemio, Silla
Anselmo Guido Piero Ivo Mattia
tornate con Bice Dalila Drusilla
con Cleofe Artemisia Agnese Pia
con Carlotta Matilde Petronilla,
che vi divida alcuno più ci sia.
E se volevate evitare certe doglie
dovevate pensarci a prender moglie!”

Renato Simoni, Firenze

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Siam tutti viaggiatori e viandanti.
Quest’è il destino della specie umana,
da che scese dagli alberi giganti
imprendendo il cammin nella savana.
Homo sapiens, il re di tutti quanti
gli animali che la terra rintana,
che seguendo l’anima sua inquieta
diventò il Signore del pianeta.

E’ viaggiator, con alma di poeta
chi vaga dove il sole accende i rài,
Marco Polo, sulla via della seta,
che raggiunse i mercati del Kitai,
e chi sbagliò, cercando un’altra meta
(e pei nativi popoli son guai),
Colombo dagl’italici natali
sbarcato nelle Indie Occidentali.

L’evento dilagò senza i giornali
e mosse in cammino viaggiatori,
partiron commercianti e speziali
a cercar nuovi esotici sapori.
Diverso sguardo con diversi occhiali,
Pizarro e Cortez conquistatori
negli occhi non adusi a frivolezze
videro scintillar ori e ricchezze.

Con altri scopi ed altre certezze
si mette il viandante sulla via;
porta nel cuore suo celesti altezze
e della natia casa nostalgia,
peregrino tra genti ad altro avvezze
ch’apron nel cuore suo nuova energia
e vita per lo spirito che anela
a raggiungere Roma e Campostela.

Come viandante, gonfiata la vela,
sbarcò lontano il Padre Pellegrino
studiando mappe a lume di candela,
le stelle in cielo mostrano il cammino.
Raggiunta terra, tessuta la tela
allestì sopra il desco un gran tacchino
a ringraziare il Dio che l’ha guidato
soffiando nel destino nuovo fiato.

Gran territorio, non molto abitato,
che s’estende a perdita di vista;
verso l’ovest lontan s’apre un tracciato
su cruenti sentieri di conquista.
Agli antipodi del mondo creato
nell’Oceania scorge nuova pista
dove corrompe ambiente, specie e piante,
flagello per l’autoctono abitante.

Anch’io fui viaggiator, or son viandante
sulle strade ch’esplorano la vita.
Vidi costumi vari e genti alquante,
punti sparsi d’umanità infinita.
Del vago mio cammino itinerante
la storia sta nella mente scolpita.
Ora percorro con passi severi
della memoria gl’intimi sentieri.

Paesi e volti affollano i pensieri
mentre la via, piano, s’assottiglia,
l’America, la Cina, mete d’ieri,
a Betlemme la strada si scompiglia.
Ma vibrano i ricordi saldi e fieri
di far parte d’un’unica famiglia,
coscienza che mi dà forza e coraggio
per finir degnamente questo viaggio.

Lucia Stefanini, Pontedera (PI)

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RIMANI QUI CON NOI CHE SI FA SERA

Di due fratelli e un uom voglio cantare
la storia che successe per davvero,
di tre che nel comune camminare
vider chiaro laddove si fa nero
nel buio della notte, e nel parlare
ognun si sentì meno forestiero:
i due fratelli verso il sol calante
e l’uomo che sembrò già un viandante.

Non era casa lor molto distante
dal borgo ove eran stati i due fratelli
che ora nel tramonto rosseggiante
sentivano portar come fardelli
il peso di quel giorno frastornante
di sentimenti aspri e ribelli.
Assorti ognuno dentro il suo pensiero
li raggiunse col passo lo straniero.

“Non sembra il vostro sguardo tanto fiero:
qualcosa sta turbando il vostro andare”.
Capiron che non era un menzognero
quell’uom che seppe poi così parlare
svelandosi nell’animo sincero,
rassicurante e di parole chiare.
La via si illuminò per un bagliore
e vollero svelargli il loro cuore.

“Si fa in città da oggi un gran rumore;
fu un giusto sulla piazza condannato,
lui che ci disse sempre che a chi muore
per gli altri, un grande premio è destinato:
da schiavi rende liberi l’amore,
chi è ultimo il primo è diventato.
Eppur, la tua parola rasserena,
dividi qui con noi la nostra cena.”

Erano, rinfrancati, giunti appena
a casa loro, un piccolo villaggio,
provando d’ esperienza che una pena
si allevia se tu trovi nel viaggio
chi rende la tua strada un po’ più amena
e se la condividi con chi è saggio.
Accetta il forestiero e lì rimane
e spezza con le mani a cena il pane.

Stupore, meraviglia, e quanto vane
apparvero le lor preoccupazioni,
ora comprendon le parole piane:
volevan esser rassicurazioni
di eterna vita per le menti umane
che volgono al ben le loro azioni.
Lui, che attendeva ben più altra via,
riassaporò la gioia in compagnia.

Dei dubbi si dirada la foschia,
non sembra più la vita evento arcano
se dalla via crucis d’agonia
la strada poi conduce più lontano.
Ritorna per ognuno l’allegria
dallo spezzare il pane quotidiano,
il gesto che ancor oggi è il più usato
condivisione è il suo significato.

Quell’uomo in quella casa ristorato
riprende la sua strada con letizia
e a quello, poi, che mi hanno raccontato
dei due fratelli non si ha più notizia
se non che con quell’uomo han suggellato
un vincolo più forte d’amicizia
che nacque da esigenza veritiera:
“Rimani qui con noi, che si fa sera”.

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