Ottottave 2009: Risultati concorso

La Giuria del Concorso di scrittura poetica “Ottottave 2009” è lieta di comunicare i nomi dei vincitori
Tema del concorso: “Il contadino nel campo ed il manager in città”.
Il tema è stato suggerito da Sergio Staino,
presidente di giuria del concorso “Ottottave” 2008.

Primo classificato - Pilade Cantini, Corazzano (PI)

Leggi la poesia


Quando il sole tramonta e vien la notte
il biondo all’orizzonte si fa fuoco
sale il profumo delle mele cotte
e un canto di civetta si fa roco
solo allora dimentico le rotte
di grafici, conteggi e borse in gioco
e allor t’invidio dolce contadino
che cresci con la luce del mattino

Sempre è più verde l’erba del vicino
è inutile ti spieghi tante cose
tu pensi al grano, all’ulivete e al vino
e vedi un’esistenza fiori e rose
Come ti sbagli ingenuo cittadino
poeta nelle sere un poco uggiose
Ma io t’invidio il neon la segretaria
la sedia, il culo caldo e roba varia

Ma pensa al vento, allo sferzar dell’aria
al suono delle piante a luna piena
alla polvere rossa d’arenaria
al pane fresco in tavola per cena
pensa alla camminata solitaria
del ruscello che al pari di una vena
bagna di vita il campo e la verdura
e dà respiro a tutta la pianura.

Ma quante bischerate! Che paura
mi fanno le sciocchezze che racconti
dall’alto di una seggiola sicura
dove con calma fai tornare i conti
Telefoni, contratti e poi con cura
scegli una meta al mare o sopra ai monti
per passare due giorni di vacanza
chissà se con la moglie o con la ganza

Tu parli bene ma nella tua stanza
scoppietta il ceppo del tuo caminetto
e dentro al forno è forte la fragranza
del dolce; e tutt’intorno c’è l’affetto
di un mondo in armonia che quasi danza
e di bucato splende il grande letto
dove Morfeo già t’invita al ballo
fino all’acuto del cantar del gallo

Guarda la mano mia è tutta un callo
ho mal di vita e non trovo dottore
che mi faccia sortire dallo stallo
di star piegato e pieno di sudore
Il cielo azzurro e il campo verde e giallo
li trovi sulla tela del pittore
ma dammi retta manager mio caro
pigli un abbaglio grosso come un faro!

Il mio lavoro è un patimento raro
al soldo d’arrivisti e faccendieri
per non cadere devo agir da baro
fregando gente dei bassi quartieri
e spesso penso prima o poi mi sparo
quello che fo è il peggio dei mestieri
non c’è niente di vero e di concreto
come i grappoli d’uva nel vigneto…

Sarebbe meglio tu restassi cheto
la terra è bassa e sbriciola il groppone
la fatica è più forte dell’aceto
ti fa perdere il senno e la ragione.
Comunque ascolta me, sto a Canneto,
nel podere 28 del Barone,
non voglio che la voglia ti rimaga
posa il computer che ti do la vanga.

Secondo classificato - Sergio Moschini, Laterina (AR)

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Spingeva al campo i bovi, il contadino
quando l’oriente appena rischiarava;
la passera il fringuello, il cardellino
gli eran compagni e il tordo, mentre arava
pane, cipolla ed un bicchier di vino
per tutto il santo giorno gli bastava.
Poi a sera, già coi figli addormentati,
una salciccia e cavoli saltati.

Certo questi son tempi ormai passati,
al posto delle vacche c’è il trattore
da cento e più cavalli dichiarati,
con la cabina e il condizionatore;
gli animali non van più governati,
si mette il carburante nel motore
ma poi, nei campi, in mezzo alla natura,
la vita del colono è sempre dura.

Abito grigio d’ottima fattura,
scarpe, camicia, cintole di Prada,
il grande dirigente s’avventura
in fuoriserie, lungo l’autostrada,
“Il traffico stamani fa paura,
due ore fermo qui, bene che vada!”
E guarda la campagna coltivata
a grano, girasoli ed insalata.

“I contadini?Gente fortunata”
pensa, “non han congressi né riunioni;
loro trascorron tutta la giornata
senza l’ansia di prender decisioni,
non l’angoscia la borsa ch’è crollata,
non rischiano decine di milioni,
le crisi di Malpensa e dei vettori
gl’importan quanto a me dei pomodori”.

Sospende il contadino i suoi lavori
e guarda le automobili bloccate:
“quella lì, scura, è roba da signori,
industriali, persone altolocate
lontane da fatiche e da sudori,
son cittadini, razze fortunate!”
così pensando tira una resia
che, a volte, è il miglior sfogo che ci sia.

Riprende, già stressato la sua via
verso l’ufficio, il nostro dirigente,
viene ossequiato giù in portineria,
poi incontra il personale dipendente;
“che folla, sembran polli in batteria,
che vita in mezzo a tutta questa gente!”
E prova una gran voglia di scappare,
di andare in mezzo ai campi a zappettare..

La zappa in mano, in mezzo ad un filare,
il contadino suda a tutto spiano;
per distrarsi si mette a canticchiare
e sogna la città, sogna Milano.
“Ecco il posto ideale dove andare,
lì sarei un gran signor, non un villano”;
e per sfuggire un poco il solleone
si sdraia in terra, all’ombra di un covone.

Passa un folletto un po’ giocherellone,
dice: “voglio veder s’è proprio vero
che quei due tipi, avendo l’occasione,
muterebber lor sorte per davvero
e propone ad entrambi l’inversione
esaudendo il recondito pensiero.
La risposta gli giunge ad una voce:
“meglio che ognuno porti la sua croce”.

Terzo classificato - Ennio De Santis, Tuscania (VT)

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La signora Lombardi AnnaMaria
bella presenza, scaltra e laboriosa
era manager di una scuderia
nell'”ambiente cavalli” prestigiosa
di Roma sita alla periferia
che battezzò col nome “Briglie Rosa”
quando lei da comune dipendente
divenne dell’azienda presidente

Era organizzatrice intraprendente.
Colpiva col suo volto di ragazza
quando l’occhio mostrava trasparente
come un fiore velato dalla guazza.
Sapeva lei trattare con la gente
commerciava cavalli di ogni razza.
Ma poi crollò la borsa, grave evento,
causò degrado, perdite e sgomento

Era sull’orlo ormai del fallimento
Allora Anna Maria pensò agli incroci
Lei sognava un fenomeno un portento
discendente da berberi veloci
e i forti maremmani con l’intento
che intorno si spargessero le voci:
” A confronto di questo puledrino
Varenne è un mulo adatto a un vetturino”

Si, sognava e le venne in mente Gino
lo conobbe una volta in una fiera.
Era un toscano, un forte contadino
adatto per il bosco e la riviera
si procurava il grano, l’olio e il vino
lavorando il mattino fino a sera
nel podere sul piano grossetano
e aveva uno stallone maremmano.

Anna Maria nell’aia piano piano
si avvicinò alla propria cavallina,
la berbera, e passò su lei la mano
dicendole: “Preparati stellina
si va dallo stallone maremmano,
avverto Gino e poi ci si incammina
verso Nord-Est, su nella Toscana,
terra madre dell’arte, alma e sovrana”.

La donna chiamò Gino e non fu vana
la richiesta che fece. Gino disse:
“La mia azienda non è così lontana”
e le vie da seguire le prescrisse.
Giunse con la cavalla sua in Toscana
Gino l’accolse e sorridendo disse
“Benvenuta”, poi unirono i cavalli
e le mostrò podere, boschi e valli.

Come divinità sui piedistalli
o personaggi antichi di un ritratto
dal fondo, un suono, come di cristalli
udivano così di tratto in tratto.
Era il tramonto i poggi erano gialli,
il cielo tinto di un azzurro intatto.
Presso la siepe accanto allo steccato
l’uno coll’altra si trovò abbracciato

Intanto il buio lento era calato
sorta la luna sopra la foresta
ed i grilli cantavano nel prato
era l’inizio di un notturno in festa
che fino all’alba i due stretti ha portato
a ogni carezza lui diceva “Resta,
da manager diventa contadina
ti sveglierò coi baci ogni mattina”.

La premiazione dei primi tre classificati avverrà domenica 17 maggio ore 17 nell’ambito della “XII° FESTA dell’Improvvisazione Poetica” – Loc. Pomonte (Comune di Scansano).

 


La Giuria del Concorso di scrittura poetica “Ottottave 2009” è lieta di comunicare i nomi degli otto finalisti:

Francesco Camerini

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Io, come Mangiafuoco di Pinocchio,
manovro i fili dell’economia.
Mi basta un gesto o una strizzata d’occhio
e col denaro faccio una magia.
Io getto in crisi peggio del malocchio
o per la vita do la garanzia.
Son manager e certo me ne vanto
in queste rime messe a mo’ di canto.

Lascia che mi presenti anch’io intanto
che sono contadino di campagna
da te io son lontano così tanto
com’è distante il mare e la montagna,
come sta il satanasso opposto al santo
o il secco asciutto all’acqua che ti bagna.
Mi dedico, lo sai, all’agricoltura
e seguo poi dell’uomo la natura.

Il modo tuo di esistere è misura
di chi non ha mai visto civiltà
e giorno dopo giorno si pastura
senza l’aiuto di comodità
che al viver conferiscono statura
e solo son possibili in città.
Insomma campi come gli animali
senza l’ausilio di ordini sociali.

I nostri mondi è vero ‘un sono uguali
ma il tuo che dici pieno di vantaggi
è ricco sia di beni che di mali.
Chi abita in città o in quei paraggi
dimentica i valori naturali
credendo solo a un sacco di miraggi
che danno del bel vivere l’ebbrezza
ricamuffando povertà in ricchezza.

Tu vivi invece sempre in ristrettezza
ti ammazzi di fatica giorno e notte
non sai che cosa sia la contentezza
di guadagnare rinvestendo in botte
o avere lusso sfarzo ed agiatezza
causando fallimenti e bancherotte
il tutto solo grazie alla tua mente
che ti permette di sfruttar la gente.

Sincero appare sempre chi non mente
ma questo non si avverte in tua presenza
così come in quel tale presidente
che spesso co’ una certa strafottenza
ti dice scusi, prego e mi consente
poi ti promette ma ti lascia senza.
Sei stanco del tuo troppo consumismo
vieni in vacanza qui in agriturismo

Non voglio adesso fare disfattismo
ma ritornare ai luoghi familiari
per riposare, fare del turismo
o a volte rincontrare i propri cari
ci serve a disprezzare il comunismo
e quindi a non tornare a quei binari.
Anche se quando vivo un po’ all’antico
ritorno bimbo e gioco co’ un lombrico.

Adesso son convinto e te lo dico
che m’è venuto un certo pensierino.
Da come parli sembri un po’ mi’ amico
anche se quando sbaglio ‘un c’indovino.
Ma un pero non può fare certo un fico
per me te sei figliolo a un contadino
e quindi non mi fare più la guerra
vivi in città ma non scorda’ la terra.

Pilade Cantini

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Quando il sole tramonta e vien la notte
il biondo all’orizzonte si fa fuoco
sale il profumo delle mele cotte
e un canto di civetta si fa roco
solo allora dimentico le rotte
di grafici, conteggi e borse in gioco
e allor t’invidio dolce contadino
che cresci con la luce del mattino

Sempre è più verde l’erba del vicino
è inutile ti spieghi tante cose
tu pensi al grano, all’ulivete e al vino
e vedi un’esistenza fiori e rose
Come ti sbagli ingenuo cittadino
poeta nelle sere un poco uggiose
Ma io t’invidio il neon la segretaria
la sedia, il culo caldo e roba varia

Ma pensa al vento, allo sferzar dell’aria
al suono delle piante a luna piena
alla polvere rossa d’arenaria
al pane fresco in tavola per cena
pensa alla camminata solitaria
del ruscello che al pari di una vena
bagna di vita il campo e la verdura
e dà respiro a tutta la pianura.

Ma quante bischerate! Che paura
mi fanno le sciocchezze che racconti
dall’alto di una seggiola sicura
dove con calma fai tornare i conti
Telefoni, contratti e poi con cura
scegli una meta al mare o sopra ai monti
per passare due giorni di vacanza
chissà se con la moglie o con la ganza

Tu parli bene ma nella tua stanza
scoppietta il ceppo del tuo caminetto
e dentro al forno è forte la fragranza
del dolce; e tutt’intorno c’è l’affetto
di un mondo in armonia che quasi danza
e di bucato splende il grande letto
dove Morfeo già t’invita al ballo
fino all’acuto del cantar del gallo

Guarda la mano mia è tutta un callo
ho mal di vita e non trovo dottore
che mi faccia sortire dallo stallo
di star piegato e pieno di sudore
Il cielo azzurro e il campo verde e giallo
li trovi sulla tela del pittore
ma dammi retta manager mio caro
pigli un abbaglio grosso come un faro!

Il mio lavoro è un patimento raro
al soldo d’arrivisti e faccendieri
per non cadere devo agir da baro
fregando gente dei bassi quartieri
e spesso penso prima o poi mi sparo
quello che fo è il peggio dei mestieri
non c’è niente di vero e di concreto
come i grappoli d’uva nel vigneto…

Sarebbe meglio tu restassi cheto
la terra è bassa e sbriciola il groppone
la fatica è più forte dell’aceto
ti fa perdere il senno e la ragione.
Comunque ascolta me, sto a Canneto,
nel podere 28 del Barone,
non voglio che la voglia ti rimaga
posa il computer che ti do la vanga.

Ennio De Santis

Leggi la poesia


La signora Lombardi AnnaMaria
bella presenza, scaltra e laboriosa
era manager di una scuderia
nell'”ambiente cavalli” prestigiosa
di Roma sita alla periferia
che battezzò col nome “Briglie Rosa”
quando lei da comune dipendente
divenne dell’azienda presidente

Era organizzatrice intraprendente.
Colpiva col suo volto di ragazza
quando l’occhio mostrava trasparente
come un fiore velato dalla guazza.
Sapeva lei trattare con la gente
commerciava cavalli di ogni razza.
Ma poi crollò la borsa, grave evento,
causò degrado, perdite e sgomento

Era sull’orlo ormai del fallimento
Allora Anna Maria pensò agli incroci
Lei sognava un fenomeno un portento
discendente da berberi veloci
e i forti maremmani con l’intento
che intorno si spargessero le voci:
” A confronto di questo puledrino
Varenne è un mulo adatto a un vetturino”

Si, sognava e le venne in mente Gino
lo conobbe una volta in una fiera.
Era un toscano, un forte contadino
adatto per il bosco e la riviera
si procurava il grano, l’olio e il vino
lavorando il mattino fino a sera
nel podere sul piano grossetano
e aveva uno stallone maremmano.

Anna Maria nell’aia piano piano
si avvicinò alla propria cavallina,
la berbera, e passò su lei la mano
dicendole: “Preparati stellina
si va dallo stallone maremmano,
avverto Gino e poi ci si incammina
verso Nord-Est, su nella Toscana,
terra madre dell’arte, alma e sovrana”.

La donna chiamò Gino e non fu vana
la richiesta che fece. Gino disse:
“La mia azienda non è così lontana”
e le vie da seguire le prescrisse.
Giunse con la cavalla sua in Toscana
Gino l’accolse e sorridendo disse
“Benvenuta”, poi unirono i cavalli
e le mostrò podere, boschi e valli.

Come divinità sui piedistalli
o personaggi antichi di un ritratto
dal fondo, un suono, come di cristalli
udivano così di tratto in tratto.
Era il tramonto i poggi erano gialli,
il cielo tinto di un azzurro intatto.
Presso la siepe accanto allo steccato
l’uno coll’altra si trovò abbracciato

Intanto il buio lento era calato
sorta la luna sopra la foresta
ed i grilli cantavano nel prato
era l’inizio di un notturno in festa
che fino all’alba i due stretti ha portato
a ogni carezza lui diceva “Resta,
da manager diventa contadina
ti sveglierò coi baci ogni mattina”.

Sergio Moschini

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Spingeva al campo i bovi, il contadino
quando l’oriente appena rischiarava;
la passera il fringuello, il cardellino
gli eran compagni e il tordo, mentre arava
pane, cipolla ed un bicchier di vino
per tutto il santo giorno gli bastava.
Poi a sera, già coi figli addormentati,
una salciccia e cavoli saltati.

Certo questi son tempi ormai passati,
al posto delle vacche c’è il trattore
da cento e più cavalli dichiarati,
con la cabina e il condizionatore;
gli animali non van più governati,
si mette il carburante nel motore
ma poi, nei campi, in mezzo alla natura,
la vita del colono è sempre dura.

Abito grigio d’ottima fattura,
scarpe, camicia, cintole di Prada,
il grande dirigente s’avventura
in fuoriserie, lungo l’autostrada,
“Il traffico stamani fa paura,
due ore fermo qui, bene che vada!”
E guarda la campagna coltivata
a grano, girasoli ed insalata.

“I contadini?Gente fortunata”
pensa, “non han congressi né riunioni;
loro trascorron tutta la giornata
senza l’ansia di prender decisioni,
non l’angoscia la borsa ch’è crollata,
non rischiano decine di milioni,
le crisi di Malpensa e dei vettori
gl’importan quanto a me dei pomodori”.

Sospende il contadino i suoi lavori
e guarda le automobili bloccate:
“quella lì, scura, è roba da signori,
industriali, persone altolocate
lontane da fatiche e da sudori,
son cittadini, razze fortunate!”
così pensando tira una resia
che, a volte, è il miglior sfogo che ci sia.

Riprende, già stressato la sua via
verso l’ufficio, il nostro dirigente,
viene ossequiato giù in portineria,
poi incontra il personale dipendente;
“che folla, sembran polli in batteria,
che vita in mezzo a tutta questa gente!”
E prova una gran voglia di scappare,
di andare in mezzo ai campi a zappettare..

La zappa in mano, in mezzo ad un filare,
il contadino suda a tutto spiano;
per distrarsi si mette a canticchiare
e sogna la città, sogna Milano.
“Ecco il posto ideale dove andare,
lì sarei un gran signor, non un villano”;
e per sfuggire un poco il solleone
si sdraia in terra, all’ombra di un covone.

Passa un folletto un po’ giocherellone,
dice: “voglio veder s’è proprio vero
che quei due tipi, avendo l’occasione,
muterebber lor sorte per davvero
e propone ad entrambi l’inversione
esaudendo il recondito pensiero.
La risposta gli giunge ad una voce:
“meglio che ognuno porti la sua croce”.

Pietro Perugi

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L’invidia è il prevalente sentimento
quando ti penso caro contadino
quando in me prevale lo sgomento
penso al tuo pane penso al tuo buon vino
da questo labirinto di cemento
t’immagino davanti al tuo camino
per i miei lussi pago un duro costo
non sai come vorrei stare al tuo posto

questo tuo pensiero è mal riposto
non creder che non abbia dei problemi
rispetto a te non sono al lato opposto
anch’io li custodisco i miei patemi
non sempre del buon vino vien dal mosto
non sempre buoni frutti danno i semi
lavoro sodo e poco mi riposo
son’io in balia del tempo capriccioso

questo lo so eppur son’invidioso
di certo vivi più semplicemente
il mondo mio è cinico e insidioso
e dallo stress si logora la mente
per il profitto in modo indecoroso
in tutto il globo si sfrutta la gente
e io fo la mia parte mio malgrado
contribuisco al general degrado

Allor fatti coraggio e passa il guado
di positivo vedo ne hai coscienza
ti posso sol risponder dal contado
la giusta strada cerca con pazienza
pur io non posso dir ben dove vado
ma d’una forza sento la potenza
che viene sai dalle nostre radici
e che mi lega a queste mie pendici.

Se ben capisco quello che tu dici
mi riconosci allor d’aver ragione
se ho voglia di fuggir da questi uffici
cambiar del tutto la mia situazione
eppur non sono pochi i sacrifici
la sento dentro viva la tensione
sono pur parte d’un grande ingranaggio
e per cambiar ci vuol troppo coraggio

Lo sai una volta si cantava il Maggio
secondo usanze di tempi remoti
pensandoci lo credo un modo saggio
per ringraziare il ben d’influssi ignoti
che d’una verità ci dan l’assaggio
se l’assapori tutto ti riscuoti
della tua vita puoi accettar la sfida
se ne trarrai l’essenza come guida

Benché il tuo pensiero condivida
m’additi un percorso proibitivo
non puoi negar quanto il mio mondo strida
dei giusti presupposti ne è pur privo
son come un toro entro la corrida
poche speranze ho d’uscirne vivo
vorrei vederti qui dove son’io
cosa faresti allora al posto mio

Son solo un uomo non son certo un dio
e della mia pochezza son cosciente
non poco lo subisco il logorio
del mio remare contro la corrente
ma come l’acqua segue il suo pendio
nel tuo andar almen tieni presente
non tanto conta qual è il tuo mestiere
ma quel che sei e quel che fai vedere.

Piera Plotheger

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S’ode appena un rombo d’autostrada
che sordo fra le siepi s’aggroviglia,
ma par che lento nel silenzio vada
smarrendosi e, come di conchiglia,
nel campo aperto al sol della contrada
il suo lieve richiamo ti bisbiglia
Stai chino sulla terra, senza fiato,
dalle chimere di città ammaliato

L’altro tuo io, tanto fantasticato,
non veste rozzi panni da lavoro:
nel suo completo scuro è paludato
Di gaie cinciazzurre ignora il coro,
alle sirene è avvezzo e al lor latrato
E, come dentro un film senza sonoro,
svelto cammina, a tutto indifferente
Deciso a non vedere l’altra gente

Dello stufato caldo, promettente
t’inebriano gli effluvi: mangi adagio
L’altro, preda di frenesia crescente,
rapina sushi-bar come un randagio:
freddi bocconi ingolla avidamente
quasi non avvertendone il disagio
All’ufficio fa poi ritorno presto,
mai pago di quell’attimo indigesto…

Ti riscuoti. Lo sguardo corre mesto
alla foresta oltre le colline:
tra faggi e querce indovinando lesto
lo scorrere di acque cristalline.
Quel miraggio lo scacci con un gesto:
nell’aia ti aspettan le galline!
Ma verso casa, issato sul trattore,
ripensi a quell’istante incantatore

E, in luogo del tuo dissodatore,
immagini una Jaguar di guidare:
risuonan dolci note di motore
e non del voltafieno le fanfare
Di rimpianto si va colmando il cuore,
e pensi a quanto ancora devi fare,
prima di sprofondare nel tuo letto,
ogni ansia o desiderio ormai negletto

L’altro tuo io, il manager perfetto,
ritorna a casa come te alla sera:
lo stesso sfinimento maledetto
Subito allenta la cravatta nera,
il cappio che giornata al collo ha stretto,
e di mutare vita allora spera
Vaneggia di bucolici abbandoni,
di campi soleggiati, cibi buoni

Si vede con le gambe a cavalcioni
d’un ponte sopra un rivo saltellante…
Ben presto il sonno vince le visioni
e dell’oblio la coltre tollerante
ricopre, muta d’altre percezioni,
quell’anima stremata ed esitante
Però domani un’altra sfida attende:
l’affare oggi concluso lo pretende!

Hanno lo stesso olezzo le vicende,
gli affanni del ruvido fattore
come dei dirigenti delle aziende:
d’insoddisfatto palpito un fetore,
che qualche volta mitigan leggende
fragranti di fantastico splendore
Campo o città, v’è sempre solo un uomo
Dal peso della vita mai non domo.

Fabio Pratesi

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Va all’alba un contadino nel suo campo;
fiero s’affaccia e guarda verso il cielo;
“per queste terre” pensa “ancora campo,
né mi han curvato mai l’arsura o il gelo”.
Nell’animo ha forgiato quale stampo
l’orgoglio che lo avvolge come un velo;
l’orgoglio di quei segni sulle mani
racconti di bei tempi ormai lontani.

A salutarlo i primi sono i cani;
pare un sorriso quella coda al vento;
gli uccellini fra i rami degli ontani,
il gallo e il suo superbo portamento,
la lieve nebbia su per gli altipiani,
del bue il mugghiar come antico lamento,
la guazza che cantar fa i suoi scarponi,
quel bel profumo d’erba e di covoni.

S’apre per lui un sipario di visioni,
fra la rugiada spuntano i colori,
sono quei suoni versi di canzoni,
soavi aromi i conosciuti odori.
Offron le zolle tutti i loro doni,
la promessa del gusto e dei sapori.
Sembran esser le gocce lieve trina
in un’amica brezza mattutina.

Mentre con passo lento lui cammina,
in bocca ancor quel pane cotto a legna,
qualcuno là, nella città vicina,
a un altro giorno grigio si consegna.
Come della scacchiera una pedina
ad una nuova mossa già s’impegna
e tiene stretta la ventiquattrore
fonte di soldi e sospirato onore.

Immerso nel frastuono e nel rumore,
dentro il metrò o nel traffico impazzito,
ha ormai dimenticato ogni colore
ed il suo cuor la strada ormai ha smarrito.
Son sempre più veloci le sue ore;
fermarsi un poco non è consentito;
alacremente è d’uopo lavorare
e alla guancia incollato è il cellulare.

“Ma che vergogna stare ad indugiare”,
e dipinto è il suo volto di disprezzo;
“certi affari non possono aspettare”;
gli spostamenti l’unico intermezzo.
Sono ancor tanti i piani da scalare
come su un monte su, pezzo per pezzo,
per finalmente dir: “sono arrivato,
dall’alto guardo gli altri, o me beato!

Manager sono e son considerato”,
si legge chiaro nella sua espressione;
“da solo questo ufficio ho conquistato
allontanando il sogno e l’emozione.
Il sacrificio mio m’ha ripagato,
forte e potente son come leone”.
Ma chiuso nel suo splendido maniero
sarà leone sì, ma prigioniero.

Cadute l’ali ormai dal suo pensiero
più non ricorda mille cose belle;
imbalsamato in un vestito nero
mentre sui campi brillano le stelle;
non sa cos’è dormire sotto un pero,
non sa cos’è l’odore della pelle.
“Fermati”, sembra dirgli il contadino;
“siedi con me, beviamo del buon vino”.

Renato Simoni

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Io nacqui in una casa contadina.
Le nane(1) rincorrevo io sull’aia,
l’acqua da fonte dentro la mezzina(2)
portava mamma ch’era la massaia;
babbo nel campo fin dalla mattina
per ricavar di grano poche staia,
coi buoi l’aratro guidava sicuro.
Di bifolco era anche il mio futuro.

Non era un bel mestiere, ve lo giuro,
lavorare il podere a mezzadria;
vendemmia e battitura io raffiguro
felici eventi dell’economia;
ma poi c’era il fattore a muso duro
a dimezzar la bella mercanzia.
Domenica il linguaggio era più vario
nel servir messa e snocciolar rosario.

Il percorso trovò un altro binario
quando si spopolaron le campagne:
il babbo in officina con salario,
io scolaro tra i banchi e le lavagne.
Di latino sfogliando il dizionario
scoprii il significato delle lagne
che recitavo insieme a mamma e zie,
fascino arcano delle litanie.

Senza complessi e senza nostalgie
affrontai il sentiero di cultura
imparando a memoria le poesie,
le tecniche e le scienze di natura.
Con laurea in tasca ed aperte le vie
che quel pezzo di carta t’assicura
finì che in un’Azienda sono entrato,
dove manager sono diventato.

Gli è perché il mondo s’è globalizzato
e le parole han perso il loro nesso
ch’ognuno manager s’è ritrovato:
di progetto, commessa o … di se stesso,
d’ufficio, di reparto … ch’è assai lato
il senso che in inglese viene espresso,
ma se ne devo far la traduzione
nell’ italico idioma è: maneggione.

L’abbiamo noi del mondo il campione!
Nomi non faccio per la par condicio;
del manager realizza la ragione:
volger a suo favor gli atti d’ufficio.
Modello ha dato alla popolazione:
trarre dovunque il proprio beneficio.
D’ogni manager è il padreterno:
d’azienda, di città e di governo.

Sicurezze non dà il mondo odierno,
il sistema economico è sconnesso.
Con un tipico gesto post-moderno
in cassa integrazione m’hanno messo.
Per non precipitare nell’inferno,
con i soldi che ho avuto nel recesso
un terreno ho trovato come porto.
Or son manager del campo e dell’orto.

E se nel maneggiare sono accorto,
sfruttando i sussidi con tempismo
ché il piacer per natura non è morto,
riuscirò a metter su un agriturismo:
biologici prodotti a dar conforto
a chi s’atteggia avverso al consumismo.
Gira e rigira, in fondo… il destino
mio era scritto…fare il contadino.

Note:
nana = anatra domestica, di cortile.
mezzina = recipiente di rame per contenere e trasportare a piedi l’acqua potabile.
(parole comuni nella vecchia campagna toscana, ora desuete se non scomparse)

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