Ottottave 2011: Risultati concorso

La Giuria del Concorso di scrittura poetica “ottottave 2011” è lieta di comunicare i nomi dei vincitori.
Tema del concorso
: “L’italia compie 150 anni, sempre più unita o sempre più divisa?”

Primo classificato - Giovanni Kezich

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Nell’aula della scuola elementare
dove si scrive ancora col pennino
e si ubbidisce senza mai fiatare
ritto conserto e attento è ogni bambino
e il maestro si industria a raccontare
dell’Italia dal mare all’arco alpino
la bella fiaba del Risorgimento
battaglie, gloria, e il tricolore al vento:

“Non potete saper quale tormento
dove’ soffrire il popolo italiano
nel lungo secol dell’asservimento
all’Impero dell’Austria e al suo sovrano
mentre dal basso cresce un sentimento
di riscossa nel cuor d’ogni italiano
la voglia di veder l’Italia unita
un sogno, anche a costo della vita.

Ecco già i moti, ed ogni impresa ardita
Pisacane, i Bandiera e Garibaldi
ecco due guerre e non è ancor finita
ché bisogna tenere i nervi saldi
finché Roma non sia della partita
come voglion gli spiriti più caldi:
Venezia offesa di lontano chiama
che alla patria congiunta esser si brama.

Ecco alfine tessuta è già la trama
ordita dal Cavour Camillo Benso
ecco quindi il Paese che si ama
riunito dentro un unico consenso
e l’Inno di Mameli è il toccasana
che al nuovo Regno e all’epopea dà senso
in bellezza si chiude l’Ottocento:
manca solo Trieste, solo Trento!”

Ma fur forse gittate omai nel vento
le fervide parole del maestro
s’è vero che a tutt’altro intendimento
oggi più di qualcuno ha volto l’estro
e c’è chi pure non è mai contento
e ha messo già il paese nel capestro
con l’idea che l’Italia appena fatta
va prima federata e poi disfatta.

E tira e molla e scava e gratta gratta
che viene presto fuori ogni magagna
la guerra coi briganti a pari e patta
per un decennio su per la montagna
l’impresa coloniale che fu fatta
la vita proletaria che ristagna
tanto che cominciò l’emigrazione
da questa pur nuovissima nazione.

Né possiamo evitar di far menzione
del brevetto targato Mussolini
che da autentica italica invenzione
non tardava a varcar molti confini:
ma non si scordi mai, care persone
come in Russia crepassero gli alpini!
E basterà sì o no la Resistenza
a riscattar l’onore e la coscienza?

Si dice che la storia non è scienza
ma qualcosina ce la può insegnare
come ad esempio che si può far senza
la Patria con la “P” maiuscolare;
eppur resta una qualche quintessenza
del Bel Paese che bisogna amare:
ieri è finito, e oggi è già domani
viva l’Italia, e viva gli italiani!

Secondo classificato - Mario Trapletti

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Ricordo fin da quando ero bambino
un motto in qualche modo proverbiale:
diceva ch’è divino ciò ch’è trino.
E questa verità teologale,
che il sonno disturbò a samt’Agostino,
si addice anche all’italico stivale:
il Nord, il Centro e il Sud fanno un tutt’uno,
al pari del tridente di Nettuno.

I pallidi abitanti di Belluno
invero solo con difficoltà
capiscon quelli che, capello bruno,
dimoran nella terra dei sciuscià.
Ma è il cuore, di linguistica digiuno,
il propulsore della trinità:
il sangue arriva sì da tre regioni
però le stesse son le vibrazioni.

Ci s’è provato un certo Berlusconi,
epigono dei tempi dell’ordalia,
a farci la centrifuga ai neuroni
mettendo in campo il grido “Forza Italia!”,
col quale ha spopolato alle elezioni.
Però il nuovo Partito mise a balia,
ancora in fasce, presso un tale Umberto,
che per la Patria aveva un odio aperto.

Cantava Silvio l’Inno e di conserto
il Bossi smanacciava il Tricolore
per uso che gettava un po’ sconcerto
in chi pensava ai giorni del dolore,
al sacrificio di se stessi offerto
da giovani ed anziani per amore
di quella terra un tempo grande impero
e poi ridotta a serva di straniero.

L’Umberto, immarcescibile nocchiero,
però non parla più di secessione:
“L’Italia federal – proclama fiero –
soddisfa la padanica nazione:
per noi vedo il futuro meno nero,
ma con le pezze al culo andrà il terrone!”
E tira in ballo i Celti, i Galli e il Pò
e pure le civette sul comò.

Davanti a certe cose dici “Ohibò,
un tempo ci infiammava Maroncelli,
adesso abbiam Maroni, che sfottò!”.
Ma via, cari d’Italia miei fratelli
(ed anche voi sorelle, perché no)
c’è Roma che fra i tanti suoi gioielli
annovera la Trinità dei Monti:
Gran Sasso, Bianco ed Etna, bell’e pronti.

Son centocinquant’anni, senza sconti,
che smesse abbiam le pezze di Arlecchino:
dalle Alpi, immacolati mastodonti,
difeso è il patrio suolo, uno e trino.
Non un romanzo, forse, ma racconti
noi siamo, con identico destino:
riuniti in un’immensa antologia
narrare dell’italica magia.

Ognuno col suo terzo di follia,
il Sud, il Nord e il Centro sottobraccio
affrontano la sorte, buona e ria.
E più li prenderà nessuno al laccio.
L’Italia, culla d’arte e di poesia,
unita sfonderà ogni catenaccio.
E nasca tra zibibbo e sciacchetrà
il Ministero della Trinità!

Terzo classificato - Gianluca Brotini

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La nostra Italia oggi è tutta unita
ma per unirla lungo fu il processo,
e c’è pur chi ha pagato con la vita
perché un miglior futuro sia concesso,
lunga è la strada, sempre più in salita
scrivo i miei versi e qui ve lo confesso,
grande rispetto ho per quegli umani
morti nella speranza di un domani.

Questi discorsi oggi sembran vani
perché c’è chi l’Italia vuol spaccare,
dividendo i vicini dai lontani
per poter meglio poi legiferare
questi pensieri non son certo sani,
più avanti di così non si può andare
fermiamoci e mettiamoci un bel punto
perché mi sembra il limite raggiunto

Corre la mente mia e fa un riassunto,
il mio pensiero vola ai partigiani
che giovani il cuore avean compunto,
stando nell’incertezza del domani
ma sempre fiero avevano lo spunto
pur combattendo in cima agli altipiani,
è vero che la vita era un tormento
ma sempre li guidava il sentimento.

Procede bene il mio ragionamento
su quest’Italia colma di malanni
ed il mio sdegno prende il sopravvento
si deve ritornar nei vecchi panni
politicanti mi date il tormento
avete fatto e fate solo danni
sempre restate fermi sui divani,
l’Italia è fatta, fate gli italiani!

Che il mio parlare giunga a quei lontani,
che vivono ogni giorno l’oppressione
tutti gli sforzi non saranno vani
se concentrati nella ribellione
i dittatori sono disumani
e in Libia c’è una grande confusione
ma ovunque uno sfruttato si ribelli,
noi troveremo schiere di fratelli.

Questi ragionamenti molto belli,
lo riconosco che mi fanno onore,
l’Italia so che sta tra quei gioielli
che in tutto il mondo portano l’amore
che i tempi siano brutti oppure belli
dobbiamo onorare il Tricolore
adesso dico alla mia maniera
abbiamo oggi più d’una bandiera!

Ora una cosa vi dirò sincera
a tutti voi parlando schiettamente
risorgerà una nuova primavera
questo tenete bene nella mente,
la pace non sarà una chimera
e quando si risveglierà la gente
s’arriverà a capir che sulla terra
non serve proprio a nulla far la guerra

Or siamo arrivati al serra serra
e devo qui tirar le conclusioni
ciò che ora voglio dir bene s’afferra
che gli sfruttati abbattano i padroni
è vero l’uomo troppo spesso erra
e sbaglia pure se tu lo perdoni
ma adesso ve lo dico con ardore,
solo se stiamo uniti c’è l’amore.

 


Gli altri tre finalisti

Pietro Perugi

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Povera Italia in mano a farabutti
nani seppur dotati di potere
come una nave in balia dei flutti
la giusta rotta non la sai tenere
eppur n’hai già passati tempi brutti
quando imperavan le camicie nere
difesero il tuo onore i partigiani
macchiandosi di sangue corpo e mani.

Ma adesso vivi tempi alquanto strani
si sentono confuse le tue genti
dai piemontesi fino ai siciliani
non c’è regione dove sian contenti
abbiam perduto i principi sani
e non si senton validi argomenti
forieri di valore e di sapienza
capaci d’arginar la decadenza.

Della cultura è pregna la tua essenza
che fu premessa della tua creazione
siffatta sei che non puoi starne senza
qual barca che sia priva del timone
la tua figura perde consistenza
i cittadini vanno in confusione
si mettono a latrare come cani
dimenticando d’essere italiani.

Tutti quei morti rischian d’essere vani
che s’immolaron nella tua visione
se prevarran le idee di quei villani
che sono promotor di divisione
s’addenseran le nubi sul domani
se non si troverà la soluzione
per conciliar la spinta federale
con l’interesse primo nazionale.

Le ottuse menti che ti voglion male
cavalcano umor di bassa lega
sol col decadimento culturale
un simile operar forse si spiega
è necessaria una vision globale
per dare al tuo futuro un’altra piega
nell’unitaria italica speranza
una ben superior longimiranza.

Il primo male è certo l’ignoranza
di chi da troppo tempo ti governa
sol grazie ad una torbida alleanza
di coppia ora che fu prima terna
seppure monco a fatica avanza
e brutti atti a male leggi alterna
che il diavolo speriamo selo pigli
ci ha fatto vergognar d’esser tuoi figli.

Vedrai che alla fine anche i conigli
ormai che al colmo è giunta la misura
saran capaci di mostrar gli artigli
e a un netto cambiamento dar la stura
si’ che l’indegna cricca la scompigli
il più dotato di retta natura
assumendo in pieno il giusto ruolo
d’unificare i figli del tuo suolo.

Avanzeremo allora in grande stuolo
sbandiererem la nostra appartenenza
e lasceremo questo brutto molo
con superiore presa di coscienza
potremo allor spiccar di nuovo il volo
trovando nell’union spirto e potenza
con forte eppur pacifica rivolta
farem nascer l’Italia un’altra volta.

Renato Simoni

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E’ il milleottocentosessantuno,
diciassette di marzo, dì di gloria,
e vivo è nella mente di ciascuno:
d’Italia il Regno entra nella storia
e geografia d’Europa, Stato uno
e sovrano, d’antica idea vittoria.
L’Italia è fatta – giusti erano i piani –
ora bisogna fare gli italiani.

Della storia i disegni sono arcani,
degli anni dritto non corre il binario,
centocinquanta sono stati vani
e felice non cade il calendario,
se, passato nel tempo in varie mani,
nell’anno in cui c’è l’anniversario,
del governo tiene cervello e cuore
la coppia Cavaliere e Senatore (1).

L’uno usa nel cesso il tricolore;
con la spada d’Alberto da Giussano
spinge alla secessione con clamore,
farnetica d’un popolo padano.
L’altro soffia sul fuoco del livore,
rinnova dalle nari di Caimano
la lotta, anche entro i piccoli confini
del Comune, tra Guelfi e Ghibellini.

Parla a ggente (2) che vuol capi e padrini
purché le garantiscan la lasagna,
che ha per valori od ideali affini,
Franza o Spagna – van ben – purché se magna:
“Per tutti voi compari e cugini
io prometto il Paese di Cuccagna
e per rendervi tutti più felici,
se mi votate, io vi levo … l’ICI!!!

Avrete tutti molti benefici
se la mia stagione si prolunga,
attorno voglio avere solo amici,
invito tutti a fare il bunga-bunga (3)
ma seminano l’odio i miei nemici”
senza ch’avvenga che rossor lo punga.
Intollerante e piena d’affanni,
così è l’Italia a centocinquant’anni.

Scossa da convulsioni e da malanni,
in clima di conflitto e di paura:
chi vive in onestà e chi d’inganni,
c’è scontro tra volgarità e cultura,
tra anziani e chi è in giovani panni,
tra Politica e Magistratura,
e poi c’è il Nord contro il Meridione,
chi paga tasse e chi fa evasione.

Divide et impera, antica equazione,
da sempre noti ne sono gli aspetti.
Con bellezza e con chiara precisione
l’Allegoria di Ambrogio Lorenzetti,
nel lontano Trecento, dà visione
di quali son del governo gli effetti,
di quello buono e quel ch’opera male,
a Siena nel Palazzo Comunale.

C’era un clima più salubre e normale
nei primi anni d’era repubblicana.
Immune dalla TiVu (4) commerciale
si diffondeva una cultura urbana.
L’unità dell’Italia è un Ideale.
E’ doveroso intonare un peana,
ai Padri che formaron la Nazione,
ed onorare la Costituzione.

Note:
(1) Traduzione italiana di Senatùr
(2) Persone, cittadini. nel linguaggio televisivo
(3) Neologismo arcoriano dal significato imprecisato. Nell’idea comune: festini erotici tra vecchi
rifatti e giovani fanciulle
(4) Acronimo per Televisione

Alfonso Mauro

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I° Dell’ara antica insovra i prischi marmi
il dì l’Astro estolleva a’ trenta lustri
ond’alli eroi foggiata e di trall’armi
pristina è Italia a’ sui fulgori illustri;
tralle vestigia annose Auror monstrârmi
e la vision fervente l’età industri
d’Italia e stormîr carmi tralle fronde
ove ‘l Pianeta aurato si confonde.

Solleva ancor la fronte,

II° proce Nazione! appo l’alme tue sponde
de’ Danaidi i navigli ebber riparo;
e intimo stagno, ‘l mar che ti circonde,
i Quiriti d’attorno circondâro.
Calar vedute ho, Italia, truci, l’onde
d’istrane genti che disfrantumâro
l’Una sostanza tua ch’avéa raccesa
del sommo imperio la gloriosa impresa.

E ‘l vento si riversa;

III° e in quel sol punto immemor ch’avéa intesa
l’ima ragione, intesi, e quello ardore
di centotrenta decadi all’attesa
ch’a Dante mosse i versi e all’amatore
di Laura la coron di lauri ha resa
et all’Ariosto e al Tasso e a ogn’altro autore
di doglie e inchiostro fe’ irrorar, di pianto,
le carte della patria nel compianto.

IV° Stormìa di tal mestizia ‘l lieve canto
come sussûr tra’ rami o come tepe
la speme su d’un fragile rimpianto:
“Risorgi, Italia, ‘l Nume ti concepe
lo tuo lume a irradiar per ogne canto.
Di là dell’ermo colle dalla siepe
tu v’eri; tu per Verdi, per Donato,
Foscolo, Michelangelo hai parlato

V° di quello Amor materno e sconfinato
onde formârsi eroi, artisti e vati
scienziati, migrator, più d’un beato…”
Costor parlâr pe’ frondi venerati
come di vento un peregrino fiato,
come epitaffi insull’avello ornati:
“Acquieta i cor discordi di cui t’agni,
Italia, e ti rammenta i tempi magni!

VI° E che, patria de’ Cesari, non piagni,
o figlia de’ tui figli, l’almi eroi
che, teco, fûro araldi e fûr compagni?
Con lor t’unisci e in lor gli allori tuoi,
gl’incensi vanti ancora ti guadagni
che già potesti cinger e or non puoi;
e i simulacri e le colonne e l’archi
ristora allo splendor ond’eran carchi!”

Dalla Sicilia all’Alpi

VII° così per valli e cateratte e varchi
le mille voci sospirâr, leggiero,
il sommo vaticinio a’ nostri incarchi:
“Non siate epigoni: per quel sentiero
tornate de’ sabäudi monarchi,
del Conte, di Mazzini e del Nocchiero
de’ mondi alla cui fulvida bontade
le genti ducer piacque a libertade.

Unitevi e v’amate!

VIII° L’Union trovate ancor, quella pietade,
come di molti rivi un fiume a foce
ristora nella pace le sue strade!”
Dell’eroi spenti insul delubro proce
così de’ trenta lustri il giorno cade;
così parlò de’ martiri la voce.
E, mentre l’aire al vespero s’ammalia,
in essa ancor riecheggia: “Italia! Italia!”

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