ottottave 2013 – classifica finale

Ottottave 2013, VI edizione

Classifica Finale
i nomi dei vincitori

tutti i componimenti premiati durante la serata di sabato 6 Luglio 2013 presso la Biblioteca delle Oblate di Firenze

 

Primo classificato
Mattia Nicchio, Padova

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La giovane formica lenta arranca
– la briciola le pesa sulla schiena –
eppure non s’arresta e si rinfranca
pensando alla dispensa quasi piena.
La scorge la cicala da una branca
ed interrompe allor la nenia amena;
dal ramo scende e fa, con voce chiara:
«Perché tanto sgobbare, amica cara?

C’è un premio che non so, per qualche gara?»
L’altra la guarda e replica allibita:
«Com’è che dell’autunno resti ignara?
Se ancor t’attardi a far la dolce vita
tu finirai l’inverno in una bara!
Sai che ti dico?» aggiunge impietosita
«Aiutami a portare le provviste:
starai con noi durante il gelo triste.»

«Sudar per ciò che ho gratis? Non esiste!»
fa la cicala «Già m’è garantito
l’accesso alla riserva che allestiste.
Starò da voi, però non muovo un dito.»
Ma la formica non ci sta ed insiste
a farla sdebitare per l’invito.
«S’ascolti» la cicala fa, paziente,
«vedrai che a me nessun regala niente.

Un tempo lavoravo alacremente,
ed or, che m’è concesso, sto in disparte:
lo Stato un po’ di tregua infin consente
a chi ha pagato già la propria parte.»
«Ma tu non sei né vecchia, né dolente!»
«Sei libera di controllar le carte:
“finestra” l’han chiamata, “finestrone”,
oppure perlopiù “baby pensione”.»

Soppesa la formica la questione,
poi dice: «Ti daremo alloggio e vitto
come prevede la legislazione:
bisogna far così, se questo è scritto.
Allor per noi sarà consolazione
saper ch’avremo, un dì, pari diritto.»
Sospira la cicala, e di rimando
«Amica,» dice «tu ti stai ingannando.

Finanza e erario ormai sono allo sbando,
voi non avrete mai le vostre quote:
per sostentare noi le stanno usando.
Suvvia, siate formiche patriote:
per voi, sì forti, è un sacrificio blando.
Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e senza conseguenza:
noi facciam con, e voi farete senza.»

«Saremo condannate all’indigenza
se, vecchie, non ci giungerà in aiuto
il soldo di Sociale Previdenza.
Prestate ancora il vostro contributo!
Mostrate almeno un poco di coscienza!»
«Il mio diritto è già riconosciuto.
Tornare a lavorare? Fossi scema!
È vostro, mica mio, questo problema.»

S’invola la cicala, e un anatema
le scaglia la formica, chiaro e forte,
poi s’issa in groppa il peso che la strema
(e che la stremerà fino alla morte)
e avanza, e pensa a tutto quel sistema
pensa alle cose dritte, e a quelle storte
e che, checché la favola ne dica,
è meglio esser cicala che formica.

 

Secondo classificato
Pierino Pennesi, Allumiere (RM)

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Nel secolo passato a otto anni
mio padre lasciò perdere la scuola
e con altri bambini e pochi panni
del lavoro conobbe la tagliola
di fame e sete ne patì i malanni
e delle scarpe consumò la suola
nelle campagne tra gli sterpi e i sassi
disperse della vita i più bei passi.

Erano gli anni venti e gli smargiassi
al soldo degli agrari e dei potenti
che inganno e prepotenza fanno grassi
col fascismo confusero le genti
e vellicando gli istinti più bassi
prepararono tanti tristi eventi
e condussero i poveri alla guerra
che mandò suo fratello sottoterra.

Lui immaginando tutto i denti serra
e con la baionetta di soldato
di nascosto la notte i colpi sferra
su se stesso per esser riformato,
del congedo la triste carta afferra
nel corpo e nella  mente mutilato
e torna da bracciante e manovale
a masticar dell’incertezza il sale.

Eppure per quel tempo fu normale
conoscere soprusi e sfruttamento
ma era giovane, forte e passionale
e con orgoglio andò contro quel vento.
Oggi è nel cimitero comunale
da prima che finisse il novecento
vicino alla sua tomba una cappella
conserva i morti alla “ FAMIGLIA SELLA”.

La scritta d’oro sul frontone è quella
sotto, in latino, requiescant in pace
sulla porta di bronzo una formella
illustra gesta di chi fu in orbace
uomo d’azione su una mattonella
ma cordiale amico di Starace
ed ottenne dagli avi il gran favore
d’esser dottore figlio di dottore.

Il dottor Ulderico genitore
al maschio primogenito gli impose
tra gli agi veri che non fan scalpore
di conoscere il meglio delle cose
con l’idea futurista a far furore
ed il piccolo Achille non si oppose
e così assurse a posti di potere
facendosi dai pari benvolere.

Dalla vita succhiò ogni piacere
e ne fu senza sforzo assai goloso,
non dovendo far conti col dovere
fu, sua bontà, persino generoso
schivò la guerra per il suo mestiere
e ottenne, dopo, un posto decoroso
e suo figlio che viene a visitarlo
lo chiaman tutti sor dottor GianCarlo.

Qualche volta lo incontro e se ci parlo
benché  ormai entrambi pensionati
nella mia mente sento sempre un tarlo
che mi rode riguardo agli antenati
e non riesco proprio a eliminarlo
pensando ai privilegi e agli sfruttati;
attraversando insieme il cimitero
sembriamo uguali eppure non è vero.

 

Terzo classificato
Alessio Guardini, San Miniato (PI)

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Nello sperar che sia di vostro gusto,
narro una storia colta nei frutteti;
sul ramo d’un bel melo, il più robusto,
son tre bambini a cavalcioni e lieti,
c’è Gino che propone a Piero e Augusto
di costruir, pei giochi lor segreti,
una casetta al ramo imbullettata
dove passare, insieme, la nottata.

Udita la proposta ed approvata,
ecco che Piero invita alla prudenza:
“Nessuna impresa” dice “va iniziata
senza l’avallo della Presidenza!”
A Gino e Augusto par cosa sensata
la votazione e, vista tanta urgenza,
ciascun prende un foglietto e un lapissino
per affidar, dell’opera, il destino.

Ma Piero, furbo assai seppur bambino,
ha brama di pigliarsi il privilegio
e invita Augusto a scriver sul foglino:
“Io voglio che sia Piero il grande regio.”
Poi lui vota per sé e l’ingenuo Gino
nemmen s’accorge dell’odioso spregio!
Con due voti a favore ed un contrario,
è Piero, del Governo, il gran primario.

Il fido Augusto è fatto segretario
invece Gino, in base a nuova Legge,
è addetto a cercar tutto il necessario:
martello, chiodi e trave che sorregge;
questioneranno poi del suo salario…
lavora, intanto, Gino tra le schegge!
E mentre quei discuton del progetto…
sta Gino a capo basso per rispetto!

Montato l’impiantito e, sopra, il tetto
la casa è pronta a regalar riposo
ma Piero fa rifare un solo letto
ché non s’addice al ruolo suo pomposo
spartir la stessa stanza col cadetto
e, poi, con l’operaio è indecoroso!
Dovran dormire in mezzo alla natura
al pie’ del tronco, sulla segatura.

Cala la notte su quest’avventura
stramaledice Augusto le sue colpe;
la mela era per tutti e ben matura
ma un torsolo restò, senza le polpe!
L’eletto ha da temer, or, la congiura,
a mezzanotte in punto scatta il “golpe”
con Gino lì che dorme e se ne frega,
Augusto osserva il melo e poi la sega.

S’arrampica sul fusto e là si lega
con una corda al ramo e invia a tagliare
ma per error, che col furor si spiega,
s’era legato al lato da potare!
Il vecchio melo scricchiola e si piega,
per Gino è troppo tardi per scappare,
il melo viene giù con tutti i pomi
riempiendo i tre bambini d’ematomi!

La storia l’ho inventata e pure i nomi,
non v’è da dubitar ci sia del vero
ma se vi par di risentir gli aromi
che della vita appestano il sentiero,
non c’è da rider né da fare encomi
che vi sentiate Gino, Augusto o Piero.
C’è solo da subir, sorte crudele,
da quelli che ci piglian per le mele!


Quarto, segnalato dalla giuria
Giovanni Kezich, Bolzano

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Da quando è appesa in cielo questa palla
mezzo ammaccata che si chiama “il mondo”,
da quando sotto il peso ognun traballa
di giunger d’ogni mese fino al fondo,
da quando è questo il valzer che si balla
la rumba, il rock & roll o il girotondo,
non c’è né privilegio e né vantaggio
che non si ottenga senza qualche oltraggio.

Ovunque infatti il sole butti un raggio
di luce sotto questo firmamento
dalle capanne in paglia del villaggio
alla più fitta jungla di cemento
vigon le crude leggi ed il linguaggio
di un sistema chiamato “sfruttamento”
su e giù per la piramide sociale
tutta gradoni, strati, sbarre e scale.

Si scenda allor giù per la verticale
che porta dai più alti personaggi
a rompicollo per il giroscale
giù giù fino ai più infimi lignaggi
dove si vede com’è fatto male
il sistema con tutti gl’ingranaggi
e o poco o tanto tutte le persone
stanno sotto alla legge del padrone.

Così batte il bifolco col bastone
il bue c’ha messo al giogo a viva forza
e che pur gli permette col timone
di fendere del suol la dura scorza
e la stessa brutal sottomissione
la vuol da tutti gli animai che sforza
per latte, carne, cuoio e così via,
o a far la guardia, o a fargli compagnia.

Ma se l’idillio della fattoria
per le povere bestie è un patimento
possiamo immaginar cosa mai sia
dell’operaio in fabbrica il tormento
ovver la quotidiana prigionia
di gesti ripetuti a cento a cento
per far che qualcun altro se la goda
belle vacanze, donne, whisky & soda.

E c’è chi pure ‘sto sistema loda
dicendo ch’è il minor di tutti i mali
per non risprofondare nella broda
primordïal, insieme agli animali:
un’idea che va sempre di gran moda
tra quanti hanno dei ricchi capitali
e tengon per il manico il coltello
piantato sulla gola del fratello.

Eccolo il minatore nell’avello
che scende per un po’ di magra paga
eccolo il marinaio sul battello
tra gli aspri flutti e il mare che dilaga
eccolo il marocchino col fardello
per vendere una calza od una braga
ma accade pure spesso all’impiegato
di maledire il dì ch’al mondo è nato!

Versa pertanto il mondo in questo stato
deplorevole oltre ogni misura
con l’uomo che dovunque è incatenato
a una vita ch’è alfin contro natura
ma dei lamenti di chi vien sfruttato
non staremo stasera a dar la stura
perché sappiamo ben che in fondo in fondo
il più bel privilegio è stare al mondo.

 

Quinto ex aecquo
Alfredo Cenni

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Quali delizie il porco ci fornisce
E’ cosa nota ad ogni buongustaio,
E non è rilevante se patisce
Quando lo sgozza, appeso, il macellaio,
E anche se qualcuno inorridisce
Pensando “pòra bestia che carnaio!”
Si tratta di ristretta minoranza
Che ama valeriana e misticanza.

Se invece si fa caso alla sostanza
Di quel che si guadagna dal suino
E analizziamo bene la portanza
Di che vantaggi reca il porcellino,
C’è chiara tosto la concomitanza
Tra i costi e il ricavato del norcino,
Quando tra un sanbudello e un insaccato
Sfrutta dell’animale ogni aggregato.

Anche la medicina c’ha insegnato
Che il chirurgo cardiovascolare
Se non funziona il cuore del malato
E c’è una valvola da trapiantare,
Incrocia a volte del porcello il fato
Con quello del paziente da curare,
Prendendo un pezzo che non sembra niente
Del quale essere grati enormemente.

Del resto va tenuto sempre a mente
Che del maiale nulla va in malora,
Perfino la cotenna è un ingrediente,
Per non parlare poi delle interiora,
E puoi fidarti sempre immantinente
Di quei prodotti che il palato adora,
Salsicce, gote costole e prosciutto
Da sublimarsi spesso… con un rutto.

Ma se il porcello avesse innanzitutto
La cognizione della sua “bontà”,
Affronterebbe certo il proprio lutto
Con somma scorta di serenità,
E gli parrebbe d’essere al debutto
Come una grande dama in società,
Primo invitato e con la mela in bocca
Godendo il privilegio che gli tocca.

Quel che narrato in questa filastrocca
Io temo che succeda al mondo, ora,
E come uno scudiscio che si schiocca
In groppa della gente che lavora,
O come una campana che rintocca
A morto sopra un mondo che peggiora,
Mi rassomiglia l’uomo d’oggigiorno
A quel maiale destinato al forno.

Perché in un viaggio senza più ritorno
Lo hanno messo sotto chiavistello,
Usato da secondo e da contorno,
Privandolo di ogni grimaldello,
Recluso in uno stabbio disadorno,
Gustando sopra tutto il suo cervello,
Ed alla fine l’hanno anche convinto
Che si è felici dentro un labirinto.

Poi gli hanno detto in coro “E’ quasi estinto
Ogni diritto ed ogni convenzione,
Non puoi fidarti più del tuo istinto,
Lavora, è già codesto un regalone,
Sei fortunato che ti pago un quinto,
Uguali a te ne trovo un battaglione,
E come il porco sentiti onorato
Del privilegio di essere sfruttato!”

 

Quinto ex aecquo
Andrea Gasparri, Signa(FI)

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Prima di dar principio al mio narrato
è d’uopo presentarsi a queste ghigne
son Gespo ottavante improvvisato
e vengo dalla piana delle Signe
In rima vi dirò del tema dato
in ottottave, in questo stile insigne
ab ab ab cc è lo schema
e privilegio e sfruttamento è il tema.

Chi segue la corrente poco rema
chi c’ha il motore è certo un rema affatto
chi vive ai piani alti è detto crema
per questo si distingue dal coatto.
Per chi tirare innanzi l’è un problema
perché a metà del mese ha vuoto il piatto
del privilegio non conosce il gusto
sfruttato piange i colpi dell’ingiusto

Ma chi alla gogna è avvezzo è più robusto
e sa il valore anche del pan secco
mostrando fiero il volto e dritto il busto
perché un s’abbassò mai al salamelecco.
Come il superbo Ìlion sia combusto
chi vanta onori ma l’è un ficosecco
sfruttato è chi è povero di mente
si crede mille e invece un vale niente

Ah! il tempo non è più di quella gente
che nacque sotto il segno delle stelle
splendenti per illuminar la mente
eletta a discettar di cose belle.
Inciucio e bustarella ricorrente
le case all’insaputa e le mammelle
son gli astri bui dei nostri giorni tristi
in testa a dei discorsi qualunquisti.

Vi ricordate voi del vecchio Cisti
fornaio raccontato dal Boccaccio?
che seppe sgominare gli arrivisti
perché d’ingegno fino come staccio
Oggi sarebbe appeso a mò dei Cristi
chi pesta i piedi al vile pesta il laccio
ché il privilegio non è più elettivo
perché del truffatore e del cattivo

E dagli all’umile senza motivo
con tasse, imposte a rincarar la dose
che non si può ridurre l’obiettivo
dei privilegi delle caste esose.
E dagli a bastonar chi è ancor vivo
che un s’abbia a mette in capo strane pose
chi in cinque mesi piglia la pensione
chi in quarant’anni un paga la pigione.

Privilegiati per pia professione
prelati porporati, poverelli
pronunciano potenti parolone
proteggon prezzolati pipistrelli.
Poi prendono piamente posizione
patteggiano pecunia per pischelli
piegandosi pigreco pei potenti
presti, pestando preci e paramenti.

Ma infine voglio suggerir tra i denti
che in aria c’è odor di cambiamento
e il privilegio inane dei fetenti
è andato oltre anche allo sfruttamento
Aumentan d’ora in ora i dissidenti
e va trovando sfogo lo sgomento
in chiusa questo bacio sia propizio
per la fine di un’era e un nuovo inizio.

 

Quinto ex aecquo
Anna Lucia Santoni, Roma

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“C’era una volta un re, un dittatore,
un prepotente, un fiero generale…”
Se cominciam così ce n’è per ore
a dir dei pezzi grossi tutto il male
ma oggi non c’è più un imperatore
la nostra sorte a scrivere fatale,
perciò vi parlerò di cosa sia
il privilegio in democrazia.

Greca l’istituzione in agonia,
com’è ridotta adesso te lo vedi!
(Se non t’annoia la sociologia
o Musa con Apollo tu intercedi:
preserva questa serva da afasia,
l’afflato tuo benigna a me concedi.)
Il pubblico s’accomodi a sedere
ch’ora ne canteremo del potere.

Il popolo è bambino nel sapere,
è mandria, lo si sa, da pascolare:
cane e bovaro bravo dev’avere,
da solo si potrebbe rovinare.
Non fo ironia, sono cose vere,
s’eleggono i capaci a governare.
Questo in teoria! Dico l’ideale…
s’esiste, è caso certo eccezionale.

In ver, nel mondo post guerra mondiale
dove vali per quanti voti porti,
non al merito è proporzionale
l’autorità, ma andrà a uomini forti
in comunicativa nazionale
e i degni so’ nascosti o mezzi morti.
In carta è il diritto ugual per tutti
però i privati meriti li butti.

Per conoscenze giuste tu debutti;
società alta e posti di controllo
son appannaggio dei più farabutti:
“scambiasi mamma con un capocollo”.
Concima il contadino per i frutti
e i campi sfrutta assai, fino al midollo,
così i nuovi padron sulla nazione
spargono merda e d’oro han la pensione.

I princìpi de la costituzione
sembran colonne con i capitelli,
chi prevedeva tanta corruzione
e ‘sti gaglioffi a carpir balzelli?!
“Il potere conduce a perdizione”
narrava lo scrittore degli anelli:
nostro signore dio della finanza
s’impingua a spese della sudditanza.

”Fatica mulo! E poco avanza
per te, ché il sistema è già al collasso.
Il pane hai ancora per la panza,
ti svagano i circensi con lo spasso…”
I lavoratori, in qualche circostanza,
i porci appendono in giù al salasso
ma prontamente, senza pentimento,
inizia sempre un altr’allevamento.

Capitemi signori se fomento
l’animi nel mio popolo servile,
scusate il paragone all’escremento
e me per questo sfogo e per lo stile:
avere idee è un sano fondamento
di libertà e serietà civile.
Un parere sul tema avete chiesto…
chiaro v’ho dato il mio, qui m’arresto.

 

Quinto ex aecquo
Luca Sborzacchi, Allumiere (RM)

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Diaria più stipendio e nota spese
son tra le varie forme di compenso
che percepisce al fine d’ogni mese,
il deputato con il nostro assenzo.
Privilegiato nel nostro paese,
è quanto nei registri è scritto e censo,
sia della camera che del senato,
di destra o di sinistra esso sia stato.

L’appello tutti con un sol nomato
generalista di “parlamentare”.
Il novero, ch’è sempre più elevato,
già fino a mille è andato a lievitare:
son troppi lor e quanto loro è dato.
Per quanto poi riguarda il benestare
al diritto di lauta pensione,
esigui son cinque anni a tal mansione.

Per non citare poi la dimensione
di quella cifra di spese accessorie,
di volta in volta sempre in espansione,
giustificate da false memorie
che van da personale a protezione,
a compensar le laute baldorie,
aggiungo schede e viaggi di soggiorno…
ma tutto ancor n’ho messo dentro il forno.

La stanza qui presente adesso v’orno
come cornice posta su all’assegno
che a fin mandato lo si trova adorno,
della liquidazione è come pegno.
A questo connettiamo per contorno,
che per l’età avanzata è di sostegno,
l’assegno vitalizio, (la pensione).
Le nostre posizioni sempre prone.

Non vedo io sentor di rovescione,
sempre più dalle tasse son sfruttato,
la mente non mi giunge a comprensione
perchè l’imper monastico è esentato.
Colpa forse la do alla corruzione
che il cittadin sempre è più tartassato.
Repubblica fondata sulle tasse
espiate solo dalla plebea classe.

Siam tutti quanti ormai giunti all’empasse,
lo sfruttamento ch’è tanto più odioso
giacchè sviluppo n’è creato a masse
dedito a spreghi ed a cercar moroso.
Esempio Sanità: lo sciupo è l’asse
e tetto alla pensione sempre eroso.
Terrorizzata da continui tagli
si spera la famiglia non deragli,

o che, toccando il fondo, non si incagli.
Cinghia tirata l’è all’infimo buco
dell’operaio che va avanti a ragli,
che dalla fame colto mangia muco
e della carne, solo dei ritagli
o quel che dentro c’è nell’osso buco.
Lascian perciò l’Italia anche i Rumeni,
se ci fossero stati anche gli alieni,

prima che a loro il fisco li avveleni.
L’impresa muore di burocrazia:
fermi i settori, le commesse e i beni;
il vivere non è in democrazia
quando tra fogli e carte ti dimeni,
che per uscirne fai l’acrobazia.
Umile spero, anche se al cor ho sdegno,
aver ben effigiato il mio disegno.

 

Galleria fotografia della serata

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