Ottottave 2015 – classifica finale

Ottottave 2015, VIII edizione

Classifica Finale
i nomi dei vincitori

tutti i componimenti premiati durante la serata di sabato 4 luglio presso la Biblioteca delle Oblate di Firenze

Primo classificato
Alfredo Cenni

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Col seno di poi

L’aroma del soffritto lo risento
Se chiudo gli occhi e poi mi lascio andare,
E’ come se me lo portasse un vento
Che spira dentro me, senza soffiare,
Rivedo nonna col suo passo stento
E la pannuccia lisa, cucinare,
Lesso rifatto con cipolla e vino
Che sfrigolava dentro un tegamino.

Poi s’abbassava e dandomi un bacino,
Di quell’odore che serbava in grembo,
Misto a lavanda, lacca e rosmarino
Me ne lasciava tutto il giorno un lembo,
E i suoi capelli di color turchino,
Che rassettava con un gesto sghembo,
Sapevan di cipolla messa al fuoco,
Quasi un’aureola al suo pallore fioco.

Dopo tornava nonno, e come un gioco,
Lui appiccava a un chiodo, nel garage,
Le lepri uccise a caccia e per un poco
Fissava quell’orrendo découpage,
“Natura morta”, commentando roco,
“che non ce l’hanno neanche all’Ermitage … .”
E in quella tela d’Arcimboldo folle
Pendevano le trecce di cipolle.

Scusate ma se il sangue mi ribolle,
Per un rimembro eh’è soltanto mio,
Lo devo al culo nato sulle zolle
E al tonno con cipolla, ver’Iddio,
Che rinfacciava, a stare lì in panciolle,
E il fiato corrompeva, ma con brio,
Ma in fondo, nelle gare con i rutti,
Si primeggiava puzzolenti e brutti!

Perdono chiedo adesso, proprio a tutti,
Pe’l verso un po’ impregnato degli odori,
Può darsi sia un’ottava che ributti
Ai ricercati guru dei sapori,
Adusi a quei saloni con i putti
Ed agli chef che vengono da fuori,
Amanti delle uova di storione
Servite su cuscini di limone.

Mi sembra di vederli,  a ostentazione
Di bollicine e calici in cristallo,
Tenere sul caviale una lezione
Nei club del golf, del polo e del cavallo,
Per rimarcare quella condizione
Che anche se poi, per tutti, canta il gallo,
Distingue da un bifolco un raffinato
In primis per i gusti del palato.

“Caviale c’è Calvisius, nero e ambrato”
Mi disse uno di quelli, un vero esperto,
“S’abbina con Champagne che va versato
Dentro una coppa con il collo aperto
Da contenere un seno calibrato
Di nobildonna, mica scherzi, certo,
Ché nella vita segnano il successo
Dame di classe ed il caviale appresso!”

Sappiatelo, per me era solo un fesso,
E, nel confessionale, vi rivelo,
Che se ho goduto per le lepri, il lesso
E i rutti fatti a turno, a bruciapelo,
Niente a confronto di scoprire il sesso,
Da solo, in quel garage, con gran zelo,
Sognando tra cipolle appese rosse
Contadinelle con le tette grosse!

 

 

Secondo classificato
Elio Picardi

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Grand’Ercole, che pelle di animale
tu vai vestendo, dammi la tua forza
per narrar di cipolla e di caviale,
e tempra la mia debil, frale scorza
con la critica giusta, che puntuale
arriverà… Ma col tuo scudo, smorza
i velenosi più potenti strali,
perché la tua possanza non ha eguali.

L’Allium Cepa o Cipolla, ai vegetali
appartiene da sempre a buon diritto,
e si sa che a pelarla, i lacrimali
dotti riversan pianto intenso e fitto,
e Iddio volesse che i comun mortali
piangessero soltanto quando il vitto
loro richiede di pelar cipolle,
ma fino ad ora questo Dio non volle.

Un biennio vivrebbe, senza il folle
intervento dell’uom, che la consuma
dopo un anno di crescita, e se bolle
pure la mangia l’uom, ma più profuma
se vien mangiata cruda, e ben satolle
in bocca le papille ti raggruma,
e cotta è dolce, cruda è saporita,
e in ambo i casi, fa leccar le dita.

Le cipolle che in fama più riuscita
ebbero sono due: la borettana,
che in Emilia-Romagna prende vita,
e quella di Tropea, greco-romana
e rossa, calabrese, ben tornita
come i Bronzi a Riace, e vita umana
non può dirsi completa se gustate
non si son queste due, meglio più fiate.

Lungi da me che voi più m’attendiate,
e quindi parlerovvi del caviale,
e son sicuro che non vi tediate
a gustar questo cibo eccezionale,
mentre può darsi invece lo facciate
a sentirne parlar da me, che l’ale
di poeta non ho, per volar alto
e ‘l mio ingegno non brilla come smalto.

Se vedi uno storione fare un salto,
sappi che lui non sa ch’alle sue uova
colui che ha tanti soldi dà l’assalto,
perché a mangiarle grande gusto prova
insieme allo champagne, per dar risalto
alla ricchezza, specie quella nuova.
“Khag-avar” in persian vuol dire “pesce
che genera le uova”, da cui n’esce

il nome di “cavial”, che nasce e cresce
in schiavitù, per dire allevamento,
e poscia dal suo ovario fuoriesce
(previa uccision) il nobile alimento
e mentre me lo gusto, mi rincresce
ch’abbia subito un tale patimento,
però il sapor mi fa dimenticare
che il cavial sia dovuto trapassare.

Ora è giunto il momento di lasciare
quest’uditorio, che con gran pazienza
ha ascoltato il mio stolto vaneggiare
su caviale e cipolla, ma in coscienza
una cosa vi devo consigliare:
del cavial la cipolla può far senza,
e viceversa, ma attinge al sublime
gustarli insieme, e legger queste rime.

 

Terzo classificato
Stefano Tonietto

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Il cantare di Neri da Chianina

Gentili dame e prodi cavalieri,
qui venite ad udir l’amara storia
d’un amico de’ miei chiamato Neri
(che il Padre nostro l’abbia sempre in gloria!);
la novella par d’oggi ed è di ieri,
ma non per questo indegna di memoria,
sicché vogliate, stando zitti un poco,
udir di Neri che divenne cuoco.

Fin da piccino sempre accanto al fuoco
della su’ mamma in fondo alla cucina,
non per freddo ch’avesse oppur per gioco,
ma per destino e volontà divina.
C’è chi nasce ingegner, chi muta loco
viaggiando, chi professa medicina,
chi fa l’amor per noia o professione;
Neri, lui, cucinava per passione.

Tutti l’altri bambini alla lezione
e dopo scuola ai frivoli balocchi;
egli invece di guardia al pentolone,
dalla cui schiuma non torceva l’occhi.
Rigirava la mamma il mestolone,
affettava verdure, erbe, finocchi,
versava l’olio dalle avare ampolle
e gli dicea: «Rimesta mentre bolle».

S’era poveri, e solo di cipolle
ce n’era a sazietà, piaccia o non piaccia;
pure, a Neri piaceva, ed era folle
per quella zuppa là, la carabaccia.
Pronto che fu, dal suo nativo colle
partì, solo col fiasco e la bisaccia:
lasciata casa sotto buona Luna,
venne a Milano in cerca di fortuna.

A non so quale trasmission dell’una
di fornelli e pignatte in concorrenza,
tutti li sbaragliò con l’opportuna
sua Zuppa di Cipolle in Quint’Essenza.
Fama, successo! Tutto in lui s’aduna;
e dame in apparente inappetenza
si contendono a prezzo della vita
il nuovo Armani della ribollita.

Ecco Neri in livrea bianca e pulita
cucinare a Cernobbio, a Saint-Tropez,
nelle ville di gente rifinita,
industriali, politici, engagés,
di cantanti, di certa malavita
che fa vita miglior di me e di te:
«Cavo Nevi, pev quel ch’ella ci vale,
ci pvepavi avagosta col caviale».

Povero Neri! Come san di sale
l’ovetta di storion sulle tartine!
Lui che un tempo nel caro cascinale
soffriggeva porretti e cipolline!
Incominciò pian piano a stare male
tra novelle e nuovissime cucine;
s’ammalò, deperì, ne patì tante,
divenuto al caviale intollerante.

Chiese invano congedo: vincolante
era il contratto ch’egli avea firmato,
ed un pranzo al cavial ricco, importante,
pel G-20 gli avevano affidato.
Ne rimane un’epigrafe: «O passante,
giace qui Neri da Chianina al Prato;
cucinò e poi morì – ma ce ne volle! –
per non poter mangiar pane e cipolle».


Gli altri componimenti finalisti

Alessio Guardini

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Per la brigata che sedea d’intorno,
Dionèo narrò l’ironica novella
del frate astuto che fuggì lo scorno
e a’ certaldesi gliela fece bella!
Di come, poi, costui fece ritorno,
è un’altra storia ed io racconto quella,
sperando sia gradito, ciò che faccio,
al genio ineguagliato di Boccaccio!

Già memore dello scampato impaccio,
Frate Cipolla ritornò trionfale
recando una cassetta sotto braccio
con dentro dieci chili di caviale!
Voleva, a’ pii devoti, farne spaccio
a guisa d’una grazia più speciale.
«A chi ne mangi solo una porzione,
prometto notti di carnal passione!»

Tra quegli sciocchi, v’eran due persone
che intesero l’inganno riguardante
le qualità dell’uovo di storione
ad arte, millantate dal brigante!
«Pe’ smascherar la perfida finzione,
c’è da aggirar la guardia del suo fante!»
Ma quel minchione, tale Guccio Imbratta,
da donne aveala mente già distratta!

Appena la cassetta fu sottratta
e sperso il contenuto tra le zolle,
si chieser: «Con che cosa si baratta?»
«Con dieci chilogrammi di cipolle!»
Il frate, ignaro della malefatta,
ne diede, il giorno dopo, a quelle folle
di maschiche, con voglie lussuriose,
versarono elemosine copiose!

Così la notte, tante afflitte spose
fuggirono il consorte infervorato,
deluse anche perché, tra le altre cose,
di lezzo gli puzzava a tutti il fiato!
Frate Cipolla ne assaggiò una dose,
soltantoallor capì chi fu beffato
ed esecrando il fante suo incosciente,
si preparò per affrontar la gente!

«Lodato sia il Signore onnipotente
e lo messer barone Sant’Antonio!
Ciò che vi figurate un incidente,
è volontà di Dio, non di demonio!»
E, preso un po’ del tenero ingrediente,
un grosso anello offerse in pinzimonio.
«È questo il sacrosanto bulbo biondo
che fa la donna pregna e l’uom fecondo!»

È per amor che a volte vi confondo
ma è giunta l’or che verità vi sveli:
Ho visitato ogn’angolo di mondo
per coglier questa pianta a lunghi steli;
fa nascer, sottoterra, un frutto tondo
che sul respiro ha effetti ben crudeli
ma i suoi prodigi vi saran palesi
su chi respirerà tra nove mesi!»

Ciò detto, ripigliò tutti gli arnesi,
si congedò come tramonta il sole
tra i volti degli stupidi sorpresi,
convinti or già d’accrescere la prole!
E la lezione che oggi ci siam presi
è che, adoprando bene le parole,
s’inganna, si manipola, si svia…
e le novelle mutano in poesia.

 

Mario Famularo

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La cipolla malcelata

Un giorno un tal marchese di Spotorno,
Pensò ben d’omaggiar del suo lignaggio
Un ristorante di stellette adorno,
Primizia d’uno chef d’alto retaggio;
Ed ecco arriva, e i suoi paggetti intorno
Festosi fanno sgombero il passaggio,
Sicché possa adagiarsi il blasonato
Di terga paio raro, e profumato.

“Ahi lasso, quanto tempo è già passato?
Garzone, porti almen qualche bevanda!”
Sospira il nobiluomo disgustato.
Arriva presto un flûte alla domanda
Dell’uomo, che sorseggia sconcertato:
“Con questo l’accoglienza è ancor più blanda,
Uno Château Latour del trentasette…
La mia cantina queste sottomette!”

Ed ecco s’avvicina (e genuflette)
Il maître a decantare le portate;
Eppur nessuna, il nobile lo ammette,
Le sue appetenze appena ha stuzzicate.
“Se questo chef, è vero, ha benedette
Le mani del demiurgo, e raffinate,
Prepari una pietanza col caviale,
E non un piatto misero, triviale.”

Gli china il capo, in far reverenziale,
E subito ritorna alla cucina
Il capocameriere, che trasale
Nel riportar l’insolita velina;
Lo chef non si scompone: “Poco male,
Abbiamo intenditori, stamattina.”
Sorride, mentre inizia certosino
A far contento quel palato fino.

Ticchetta sopra il calice di vino
Nervoso ormai il marchese di Spotorno:
“E che, quanto ci vuole al cucinino
Per far del cibo cotto d’entro un forno?”
Correndo arriva, timido e meschino,
Il servitor tra i paggi tutti intorno,
Porgendogli indorato un bel risotto,
Brillante come l’oro più incorrotto.

Borbotta l’uomo: “Spero sia ben cotto”,
Borioso mentre impugna la forchetta,
Con movimenti lenti, quasi rotto
Chissà da quale pena maledetta.
Ma d’improvviso un moto ininterrotto
Travolge tanta classe preconcetta,
Dacché il marchese rapido si abbuffa,
E appena il suo disdegno mal camuffa.

Finisce il desco, un paggio appena acciuffa,
E dice: “Va’ a chiamar repente il cuoco,
Ché ovunque ciò che servon sa di muffa,
E mai ho mangiato come in questo loco.”
Arriva sorridendo tra la zuffa
Di servi e di curiosi, dopo un poco,
Lo chef testé invocato dal marchese,
Attento a quei capricci, e alle pretese.

“Lei dunque mi ha sorpreso: bene intese
Che un nobile palato sa apprezzare
Di certo quel caviale, ché cortese
Persino un gusto vil può tramutare.”
E quello: “Strano non vi sia palese,
Ma quel che state tanto ad encomiare
Non è che il più volgar degli ingredienti:
Peccato che non fa più intelligenti.”

 

Luca Sborzacchi

Leggi la poesia

Da quando l’uomo è parso sulla terra
è norma ch’è il più forte che prevale;
che il ricco sempre il povero sotterra,
è quella annosa legge naturale
che ha falcidiato più che in una guerra
tra la disperazione più totale:
Seppure preparato a questo viaggio
mie cede la memoria a tanto oltraggio.

Nel suolo polveroso del villaggio
con antri di lamiere arrugginite,
al sole, sotto il caldo del suo raggio,
scorrazzano bambine malnutrite
con i pancioni gonfi ed un bendaggio
che cela i fianchi e mostra arti scarnite
e frugano nel lezzo con le mani
tra cumuli di scarti e miasmi insani.

Mentre rampolli paffutelli e sani
vezzati addentro la tecnologia
nell’attesa che la carriera plani
colma di eccessi solcano la via.
Saranno tra i bagordi del domani,
non sanno la rinuncia cosa sia
e grazie a un buon livello d’ istruzione
l’arrivista non ha limitazione.

In bidonville di Sierra Leone
tra improvvisati e scomodi giacigli
dei genitali la mutilazione
subiscono le donne tra perigli.
Dell’estasi private e a che ragione?
Ma fare figli si! Come conigli;
tra aborti e la mortalità infantile
s’appaga voglia il genere maschile.

Da noi nel mentre, in delicato stile,
la donna sfoggia nei salotti bene
il collo, cinto d’aureo monile,
bellezza “ taglia e cuci ” in forme oscene.
Quand’è il post parto poi, zeppe la file
per risorgere a vergini sirene;
con opera di fervida fucina
tonifica e rassodasi vagina.

Il terzo monda approda alla rovina,
come figura il quadro sanitario:
grama la cura ed ogni medicina,
per la malaria iniquo è il necessario.
Già l’ebola dilaga, oltre cammina;
ma rende ancor più triste lo scenario
chi recluta milizia e veste armati
bimbi schiavi, carnefici a soldati.

C’è un divario nel mondo tra gli Stati,
un gap tra ricchezza e povertà
che evolve senza tregua in falde e strati,
mina le basi della società.
Il problema è nutrire gli affamati
ma lo Stato ricusa volontà
la lobby finanziaria, è che si oppone,
che esercita su di esso la pressione.

Non ravviso sentor di rivoltone,
ancora più ricchezza ha accumulato
nel mondo chi è nomato “ Paperone ”
mentre ridotto in ‘si misero stato
chi è povero e più povero si pone.
C’è gente e porto a termine il narrato,
che di caviale ed ostriche è satolla
e c’è chi bruca solo aglio e cipolla.

 

Renato Simoni

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Un giorno si trovaron sulla tavola
della cucina del Trasmigratore
(non più nel luogo antico dove l’avola
con dolcezza e familiare amore
a lui bambino narrava la favola)
cipolla e caviale, che stupore!
entrambi usciti, caso straordinario,
dalla lettera Ci del dizionario.

“Ora ch’è diventato Sedentario
entrato sono anch’io nella dispensa”
dice il caviale, con ruolo primario,
“allora c’eri tu nella sua mensa,
coi fagioli, per ogni anniversario;
nel corso, poi, della sua vita intensa
alla mia mamma non volea far male
per via del trasmigrare solidale”.

“M’inchino a te che sei cibo regale,
però io a terra, certo, non mi butto;
ho un carattere attivo e vitale
sono ubiqua e mi trovo dappertutto,
ingrediente io sono universale
di ogni piatto elaborato o asciutto”
rimase la cipolla sul generico
parlando dopo, in ordine alfabetico.

L’approccio era di stile alquanto ermetico;
ne seguì un silenzio imbarazzante:
il luogo, a ben guardar l’aspetto estetico,
era d’una persona assai importante,
uno e plurimo, che non suoni eretico,
pudicamente, un poco esuberante:
l’Uno e Trino è nella religione,
lui è uno, ma è la….Commissione!

Poi, lacrimando un po’ per l’emozione
disse il caviale amaro il suo destino
“avrei potuto essere storione,
mari e fiumi solcar senza confino,
trasmigrare su e giù come il padrone,
lungo sarebbe stato il mio cammino;
invece son finito, che disdetta,
dentro una pregiata scatoletta.

“Con te, caviale, voglio esser schietta,
t’ho fatto io, cipolla, lacrimare,
tagliata come m’hanno fetta a fetta,
io che sempre commuovo, come appare,
per guarnir di McDonald’s la polpetta
e dargli un ingrediente salutare.
Con ciò non voglio dire, sul mio onore,
che sei frigido, duro e senza cuore”.

“Che dici mai?” – s’oppose con calore
il caviale – “son molle e succulento
mi sciolgo in bocca e tenue è il mio sapore,
procuro gioia; se vuoi, ti rammento
che al cinema son stato spesso attore,
in Oci ciornie come un sacramento
nel rito d’accoglienza, senza orpello,
poggiato sulla lingua di Marcello.

“Oh, potessi seguire il tuo modello!
Darei vita ad un dramma di Ionesco!
Ma tu ascolta bene questo appello:
qui, del Trasmigratore siamo al desco,
uniam le forze e fammi da fratello,
son cipolla, a star sola non riesco,
lieta insieme farem questa serata:
tartine extra e vodka ben ghiacciata!

 

Riccardo Ulivelli

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A chi unn’ è capitato nell’estate
di ritrovarsi solo come un cane
dopo aver detto a giugno “Andate,…,andate…”
a familiari che, per sorti arcane,
dopo un saluto, un bacio e due risate
si eclissano per otto settimane.
Se un fosse per la zia della mi’ moglie….
…mangiar potrei i minuzzoli e le foglie!

Indipendente dalle voglie
la spesa quindi un viene mai più fatta,
e d’ogni cosa si ritrovan spoglie
le grate in frigo dove rarefatta
si forma un’aria dove non si coglie
che il poco e il nulla in proporzione esatta:
rimane qualche ortaggio, una carota,
due o tre vasetti e un’atmosfera vuota.

Sin qui si tratta di una più che nota
fenomenologia di cose estive,
ma quella sera forte nella gota
mi percuotei financo alle gengive
perché, datemi pure dell’idiota,
sentii dal frigo chiare, forti e vive
due voci di cui una era normale
e l’altra… leggermente più triviale.

Non so se può parer cosa banale
vedere aprendo il frigo una Cipolla
discutere con verve niente male
con chi la bolla d’esser marcia e frolla,
niente po’ po’ di meno che il Caviale
capace in quello strano tira e molla
di usar tanto la spada che il fioretto
per tener testa a chi lo scontro ha indetto.

“In quanto a nobiltà certo difetto,
carissimo signor sofisticato,
e i miei compari unn’hanno nomi a effetto,
se ’Sedano’ e ‘Carota’ fan casato:
ma insieme siamo l’incipit perfetto
da sempre d’ogni piatto prelibato!
Senza il soffritto, caro il mio demente,
poche pietanze avrebbero un cliente !”

“È inutile quel tono suo veemente…”,
fece il caviale al fin di le distanze
ripristinar col ‘lei’ che è indisponente,
“…per dirmi cose e balbettare istanze
nel tentativo sciocco e deprimente
di rovesciare ruoli e circostanze!
Champagne, vini, ostriche, spumante
convengono nel dirla un’arrogante !”

Le offese vicendevoli all’istante
sortirono immediata la reazione:
“Di certo se la cena è un po’…..galante…
anche la benché minima razione
di panzanella è poco…. edificante…..”
disse il caviale a lei che ormai “Coglione !…”
gridava di continuo al suo indirizzo ”
….sarai anche un conte russo… ma ti addrizzo !”

Fu lì che fu provvidenziale il guizzo
col quale chiusi il frigo con prontezza
e realizzai l’eziologia del tizzo
che ardea nella mi’ pancia poco avvezza:
“Non s’è trattato d’uno sghiribizzo, …..,
forse da ‘Cìo’ ho mangiato una schifezza.
Domani sto leggero e non do retta,
spaghetti all’aglio e olio e una birretta !”

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